DDL ZAN, a muovere la richiesta per la revisione Monsignor Paul Richard Gallagher

DDL ZAN – Sarebbe giunta il 17 giugno la richiesta da parte dell’alto prelato di rivedere il DDL ZAN, che potrebbe configurare una violazione del Concordato, mettendo a rischio “la piena libertà” della Chiesa cattolica. Dal documento consegnato da Gallagher emergono alcune perplessità della Santa Sede:”Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita dalla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, comma 1 e 3 dell’accorso di revisione del concordato”.

I punti contestati sarebbero legati alla libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale e, nella comunità di cattolici, garantiscono la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Omofobia. Il Vaticano contro il DDL ZAN: viola il Concordato

Sembrerebbe la prima volta che la Chiesa interviene nel corso di un iter di approvazione di una legge, esercitando le facoltà previste nei Patti Lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio del 1929 tra il Regno d’Italia e la Santa Sede.

Come riportato da Ansa.it sarebbero sul piede di guerra le associazioni Lgbt:“Il tentativo esplicito e brutale è quello di sottrarre al Parlamento il dibattito sulla legge e trasformare la questione in una crisi diplomatica, mettendola nella mani del Governo Draghi per far si che tutto venga congelato”, denuncia l’Arcigay. Franco Grillini, ex parlamentare e storico esponente del movimento gay italiano, chiede invece di “abolire definitivamente” proprio il Concordato, “questo retaggio fascista. La pretesa vaticana di dettare legge all’Italia interferendo con la sua attività legislativa è irricevibile”.

“La questione è molto semplice, il ddl Zan da oggi non è più solo una questione parlamentare ma governativa”. Una fonte dell’esecutivo, al termine di una giornata a dir poco tesa dentro e fuori la politica, descrive così il delicatissimo compito che, da qui alle prossime ore, il premier Mario Draghi avrà di fronte a sé. Il capo del governo, parlando alle Camere, non entrerà comunque “in tackle” su un tema che per lui, si ragiona in ambienti parlamentari della maggioranza, era e resta parlamentare.

Fonti di primo piano della maggioranza spiegano che il suo sarà un intervento più che altro “procedurale” accompagnato da un sostanziale appello per una condivisione parlamentare più ampia e meditata. Fonti di Palazzo Chigi interpellate al riguardo non entrano nel merito chiarendo che il premier sta approfondendo la questione e si esprimerà parlando alle Camere dopo aver fatto tutte le valutazioni. Quella di Draghi, insomma, sarà un’iniziativa morbida.

Il premier non vuole e non può andare oltre, si rileva sempre in ambienti di maggioranza, soprattutto parlando da un “palco” come quello delle comunicazioni del presidente del Consiglio alle Camere prima del Consiglio europeo. Spetta ai partiti di maggioranza trovare la giusta quadra per portare avanti una legge che è di iniziativa parlamentare. Certo, nel governo un timore c’è: quello dell’impugnazione del Concordato da parte della Santa Sede una volta che il ddl Zan diventerà legge. E il rischio, spiegano fonti parlamentari di rango, è che la protesta della segreteria di Stato abbia radicalizzato le posizioni di chi vuole la legge al più presto.

La protesta da Oltretevere è stata consegnata all’ambasciata italiana presso la Santa Sede e gli uffici diplomatici l’hanno a loro volta inviata al Quirinale. Si tratta di una nota verbale, che nel linguaggio delle feluche è una forma di corrispondenza tra ambasciate o tra una missione diplomatica stabilita in uno Stato accreditatario e il ministero degli Esteri dello Stato medesimo. E’ redatta in terza persona e non è firmata. E di prassi non viene diffusa ai media, cosa che nella maggioranza ha seminato il sospetto di una “manina” che abbia disvelato la nota.

Che arriva come un fulmine a ciel sereno nel giorno in cui, da Cinecittà, Draghi e Ursula von Der Leyen celebrano il sì dell’Ue al Recovery italiano. In realtà, come dimostra l’articolata replica della presidente della commissione Ue ad una domanda sul tema in conferenza stampa allo studio 10, von der Leyen era ampiamente a conoscenza della protesta vaticana. E, nella sua risposta, usa una formula che, concettualmente, Draghi potrebbe “girare” alle forze parlamentari: quella di trovare un equilibrio tra la tutela della diversità e quella della libertà di parola, entrambi valori protetti dai Trattati Europei. Del resto, in Ue, le tematiche Lgbt non sono meno foriere di polemiche e chissà che non sfiorino anche il prossimo Consiglio.

Lo dimostra il no dell’Uefa allo “stadio arcobaleno” proposto dal sindaco di Monaco di Baviera per la partita Germania-Ungheria. O l’iniziativa di 13 Paesi Ue contro la legge ungherese anti Lgbtiq, alla quale solo in serata si aggiunge l’Italia. In Parlamento il rischio è che l’intervento vaticano “affossi” il ddl Zan. Una modifica in versione soft di alcune sue parti – come quella sulla partecipazione delle scuole a iniziative contro l’omofobia – sarebbe nell’ordine delle cose. E l’intesa a non vedersi all’orizzonte. La maggioranza è spaccata ma anche all’interno dei partiti emergono divisioni, a cominciare dal Pd, dove Enrico Letta è costretto a mediare tra le sensibilità dei cattolici e quelle più vicine all’attivismo Lgbtq.

Anche negli M5S – schierato finora al fianco del Pd per la legge – potrebbero emergere divisioni, visti anche i cordiali e stretti rapporti che, nel suo premierato, Giuseppe Conte ha intessuto con la Chiesa. Del resto, basterebbe ricordare cosa accadde per la legge sulle unioni civili del maggio 2016, approvata dopo mesi e mesi di tensione tra i partiti della maggioranza di Matteo Renzi e all’interno degli stessi Dem. Sono passati 5 anni e 4 governi e queste tematiche, nella politica italiana, restano esplosive.

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