"/>

Sic Transit Gloria Mundi

Premessa.

Questo mio scritto, come direbbero i nativi americani, ha molte lune.

Tra un leggero lifting ed un impercettibile restyling lo ripropongo.

Post Messa.

Rientro a casa dopo una giornata di duro lavoro; non c’è nessuno, strano.

Trovo una busta sul tavolo della cucina. Mi siedo e la apro.

«Caro passerotto… ». Comincia in questo modo la strana missiva.

<<Ti ricordi? È così che mi chiamavi nelle lettere che mi spedivi quando eri militare. Tua madre (santa donna) ti chiamava “il generale”; mentre tu, grazie a mio padre, non facevi altro che pulire i cessi della caserma, a Frascati.

Me ne spedivi una al giorno, e non ripetevi altro che volevi al più presto sposarmi per dividere tutta la vita con me, nella buona e nella cattiva sorte, e che se non avessi acconsentito avresti fatto una pazzia.

Io ero giovane, innamorata e credevo ciecamente al tuo eterno amore che, solo a modo tuo, è rimasto immutato.

Finita la “guerra”, da fidanzato, ogni giorno mi regalavi una scatola di cioccolatini: e fu così che superasti il quintale.

Hai dimenticato quando, con la Cinquecento, mi portavi ogni sera al Parco delle Rimembranze: e quelle nostre romantiche serate le abbiamo poi chiamate Raffaella.

Nei primi mesi di matrimonio vivevi solo per me, eri tutto coccole e tenerezze; in casa eri tuttofare e non c’era un guasto che ti mettesse in difficoltà.

Pensavo di essere una donna fortunata, quando ti vedevo cambiare i pannolini alla bambina notte e giorno. Il biberon era affar tuo. Appena finivi con l’ufficio, subito rientravi e ti mettevi ai fornelli affinché non mi affaticassi; mi aiutavi in ogni faccenda domestica e mi portavi tutte le mattine, prima di uscire, la colazione a letto.

Col passare del tempo Raffaella cominciò a frequentare la scuola: ogni mattina eri tu che l’accompagnavi e talvolta facevi le corse per aspettarla all’uscita.

Poi gli anni sono volati e, anche se geneticamente siamo ancora giovani, hai cominciato a tirare i remi in barca e sei diventato un altro. Per ridurre la pancetta, ti sei iscritto alla palestra: tre sere a settimana vai a fare sollevamento pesi; ma quando sei a tavola e ti chiedo di passarmi l’olio, quasi a rimproverami, mi ricordi che soffri del cosiddetto gomito del tennista, quantunque non giochi più dai tempi delle racchette in legno.

Quando ti spogli lasci tutti i vestiti in disordine; non sai mai dove sono le pantofole, e se ti chiedo di essere più ordinato, mi rispondi che rientri dal lavoro; dimenticando quanta fatica ci vuole per fare la casalinga.

Pretendi la camicia pulita ogni giorno, i pantaloni sempre in piega e credi che portare lo stipendio ti dia il diritto di essere servito e riverito: non pensi, neanche per un attimo, alla mia stanchezza fisica e mentale per stirare, lavare, cucinare, ripulire la casa e tutto il resto; e quando ci scappa il pizzico di sale in più, non fai altro che lamentarti e ripetere che tua madre sì che sapeva cucinare.

Se ti chiedo di andare a pagare le bollette, trovi la scusa che sei eurostressato.

Se una sera propongo di uscire per una pizza insieme, così da essere almeno una volta seduta a tavola e servita, mi zittisci dicendomi che proprio quella sera ti aspettano gli amici per la partita di calcetto; ma ancora non ho capito bene se tu la partita la vai a giocare oppure a vederla, visto che in casa non muovi un passo.

Se, caso mai, volessi andare a trovare i miei genitori, come sempre, non puoi accompagnarmi, perché hai del lavoro da sbrigare a casa; eppure quella volta che sono venuta a trovarti in ufficio, per farti una sorpresa, eri sommerso da Corriere dello Sport, Diabolik, Tex e decine di altri settimanali.

Se, malauguratamente per te, una sera viene a trovarci mia madre, immancabilmente devi scendere, giacché ti sono finite le sigarette. La poveretta, poiché anche lei ne ha passate tante, ha ipotizzato che tu possa frequentare un’altra donna, dato che per andare dal tabaccaio prima fai la doccia, ti profumi come una discarica abusiva, poi il consueto pit-stop allo specchio, dopodiché scendi in giacca e cravatta. Ma lei non conosce la tua vanità, ed io la rassicuro e sorrido: già, lei non può sapere che le tue prestazioni amatoriali sono ormai a scadenza semestrale ed hanno la durata di un fiammifero; e questo non lo dico per colpire il tuo orgoglio di maschio latino; ma, devi prendere atto che stai rammollendo più velocemente del tempo che passa.

Questo te lo perdono: sarà lo stress, senz’altro; ma ciò che proprio non mi va giù è il modo in cui ti comporti, credendo e convincendoti che voi maschietti siete esseri superiori: mi tratti, ogni giorno di più, come la tua serva, la tua schiava; ti senti autorizzato a comandarmi a bacchetta perché tu sei l’Uomo, il Vangelo, colui che porta in casa i pantaloni, per intenderci; e poi vai stupidamente a vantarti con i tuoi amici, più deficienti di te, dicendogli che tua moglie ubbidisce passivamente a tutto ciò che tu, il Signore, comandi, cancellando sarcasticamente tutto il sudore che devo versare per renderti presentabile; e non ti accorgi che, per tutto questo, la sera vado a letto praticamente distrutta, e moralmente svilita.

Quella rara volta che la tua temperatura sfiora i trentasette gradi subito ti immergi sotto un quintale di coperte, allarmi i colleghi e riponi sul comodino il block notes con la biro, pronto a dettare le tue ultime volontà.

Eppure sono anni che, rincasando, non mi chiedi come sto fisicamente, giacché trovi tutto pronto; e se ti avviso che il medico mi ha riscontrato Bronchite e Polmonite, e pertanto non posso scendere, chiedendoti di passare per il Supermercato per acquistare  il caffè, che bevi a litri, mi fai intendere che non riesci più a distinguere il caffè dall’orzo.

Credi che tutto ti sia dovuto in eterno: non è così?

Per non parlarti poi di nostra figlia, che sta crescendo sostanzialmente senza padre; visto che non hai mai tempo per ascoltare ciò che ha da dirti o da chiederti; ti limiti a sborsare qualche soldo e pensi di avere la coscienza a posto, di essere un buon padre, e non ti rendi conto che ha bisogno della tua presenza, del tuo affetto, e soprattutto non ti sei accorto che è già diventata donna.

Non per girare il dito in una piaga incancrenita ma la domenica sei tutto uno spettacolo: ti alzi all’ora di pranzo, mangi e te ne vai a riposare; ti rialzi quando c’è lo sport in TV e ti stravacchi in poltrona. E se verso sera tua figlia chiede di essere accompagnata da qualche parte hai la solita risposta, pronta ed inflazionata: “Fatti dare un passaggio da tua madre, ché sono stanco morto“. Non consideri che per me ogni giorno è lunedì e anch’io avrei diritto di tirare il fiato.

Sei pure diventato insolente.

Ricordi l’altra sera, quando l’amico di Raffaella ti ha messo a tacere spiegandoti col cucchiaino perché, secondo lui, Maradona non è stato il più grande calciatore di tutti i tempi? Hai avuto uno scatto d’ira, reagendo da villano e scostumato, apostrofandolo con: “Voi giovani credete di saperla sempre più lunga degli anziani, che hanno saggezza ed esperienza da vendere“.

In un momento di debolezza, tutta maschile, ti sei autodefinito anziano: sarà stata una distrazione per uno come te, infallibile e tuttologo: dimenticando quando qui, proprio a questo tavolo, bollasti mio padre come un vecchio rimbambito (ed allora lui aveva la stessa età che hai tu adesso), solo perché non la pensava come te su Mussolini.

Se viene qualche amico a trovarci, immancabilmente, la tua faccia diventa uguale a quella di un Bulldog, diventi un musone e fai capire che non vedi l’ora che se ne vadano; eppure le signore del condominio non fanno altro che dirmi di salutare quel simpaticone di mio marito.

Avrei tante altre cose da dirti, ma non voglio dilungarmi; però un’ultima precisazione voglio che ti sia ben chiara: non confondere il mio senso della famiglia con la rassegnazione o la sottomissione.

Se per tutto questo tempo ti sei sentito il mio superiore è solo perché crescendo sono maturata mentre tu, al contrario, sei diventato un bambino viziato e stronzo, che non ha saputo apprezzare il ruolo ed i sacrifici da me svolti nel contesto familiare in tanti anni vissuti al tuo fianco.

Ed è per questo, e per tante altre cosette che risulterebbero penose ed inutili a rammentarti, che voglio dirti, o mio fringuello: Mavaffanculo.Tua moglie>>.

Tutto ad un tratto, i miei Autunni sono molti di più delle Primavere… come direbbero i nativi americani.

E poi li chiamano Indiani

filippodinardo@libero.it

Commenti

commenti