Il 27 gennaio del 1945 il mondo venne a conoscenza delle atrocità commesse dal Regime Nazista. Ricordare è un atto di prevenzione e amore verso il futuro

<< C’erano tre modi per morire: c’era la morte naturale che ci dava il Padre Eterno, c’era quella di fare una piccola rincorsa sui fili spinati e farla finita… tanto era inutile continuare a vivere! E quella di presentarti in ambulatorio. Non c’era una cura per un malato ebreo. C’era il foglio di via, le camere a gas >>. Questo quanto riportato da Sami, uno dei 25 bambini italiani ebrei salvati il 27 gennaio del 1945 dai soldati americani e sovietici. << Alla mia giovane età di 13 anni e mezzo, avevo già capito che non avevamo nessuna via d’uscita >>. Quel bambino ormai è anziano, eppure ricorda la fame, il freddo, il dolore patiti ad Auschwitz come fosse passato un solo giorno. << È facile raccontare le cose, ma viverle è diverso >>. Gli occhi lucidi guardano le porte di quell’inferno che oggi è un luogo visitabile. Trema ancora. Il tempo non ha cancellato nulla. Né il numero identificativo tatuato sul braccio destro, né il volto degli altri 775 bambini che come lui erano stati strappati dalla propria famiglia, dal proprio Paese, messi su un carro da bestiame e portati in uno dei tanti campi di concentramento sparsi nell’Est Europa.  L’unica loro colpa? Essere ebrei, zingari. O oppositori politici. O comunisti. O omosessuali. Magari essere nati con qualche handicap. 

<< Eravamo giovani, ma sembravamo vecchie. Senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande >>, riporta Liliana Segrè durante un incontro tenuto con i parlamentari europei quattro anni fa a Bruxelles. Nel suo racconto di quella che oggi è ricordata come “la lunga marcia della morte”, una delle nostre più preziose fonti di testimonianza afferma: << nessuno dei cittadini delle città in cui camminavamo ci buttò mai un pezzo di pane, si affacciò dalla finestra. C’era la paura, era la paura che faceva si che la scelta giusta fosse di pochissimi >>. Fu più facile girarsi dall’altra parte che reagire. 

Ciò che i Nazisti furono capaci di programmare, i 6 milioni di ebrei sterminati, senza contare altre minoranze ed altre categorie sociali da loro ritenute “inferiori”, oggi è ben noto, anche se alcuni tendono a negarlo. Quelle tristi pagine di storia ci hanno mostrato fin dove si può spingere l’essere umano, divenendo più crudele di una bestia. Sì, perché le bestie, anche le più feroci, non attaccano e non uccidono i loro simili se non perché minacciate. Minacciate realmente. 

Molti, una volta resi noti i campi di concentramento e scoperto quanto stava avvenendo nel bel mezzo dell’Europa, avrebbero voluto cancellare quanto successo, dimenticare. Una tabula rasa atta a redimere l’umanità tutta: i Nazisti per le azioni, il resto del mondo per il silenzio, il tacito consenso. Sarebbe stato più facile, ma fortunatamente nulla venne cancellato. Se ogni 27 gennaio si parla ancora di quanto accaduto, non è solo per compiangere le vittime innocenti di quella che fu una carneficina dettata solo dalla mania di potere. Ricordare vuol dire imparare dai propri errori e fare in modo che mai più una simile atrocità possa ripetersi. << Questa parola, “razza”, ancora la sentiamo dire e per questo dobbiamo combattere >>. 

La storia ci ha insegnato che nei momenti più bui, durante le crisi più acute, gli esseri umani spesso agiscono in maniera irrazionale. Quando non si riescono a risolvere problematiche gravi, che siano esse di natura economica come la crisi del ’29 , sociale come nella Russia zarista del ’19 o politica, come nella Monarchia liberale italiana degli anni Venti, si punta il dito contro un capro espiatorio. Sorgono movimenti estremisti, e che siano di destra o sinistra poco conta. Fino a meno di cento anni fa, l’umanità ha risposto alle catastrofi con altre catastrofi. Ripercorriamo ciò che è stato, apprendiamolo bene e conserviamolo con cura. Prima o poi i pochi sopravvissuti chiuderanno gli occhi e toccherà a noi continuare il loro compito. Non rendiamo la loro disumana sofferenza priva di significato. Mai. 

Anna Maria Di Nunzio

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