Italia Viva ieri è uscita dal Governo, aprendo la crisi. Cosa accadrà adesso?

Durante la conferenza stampa del tardo pomeriggio di ieri, mercoledì 13 gennaio, Matteo Renzi ha portato il suo partito fuori dal Governo guidato dal Presidente del Consiglio, non si sa bene a questo punto per quanto tempo ancora, Giuseppe Conte. Il leader di Italia Viva ha di fatto aperto una crisi di Governo, confermando le dimissioni delle ministre Elena Bonetti (Pari opportunità) e Teresa Bellanova (Politiche agricole), nonché del sottosegretario Ivan Scalfarotto.

La crisi è stata innescata dallo scontro interno al Governo Conte-bis circa l’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), quello che stabilisce in che modo verranno allocati e spesi i soldi dati all’Italia dall’Europa, con il Recovery Fund. Ieri, durante la votazione finale, le ministre di Italia Viva si sono astenute. Poco dopo, Renzi le ha dichiarate fuori dai giochi. Questa, insomma, la motivazione ufficiale della crisi politica in cui è caduto l’attuale Governo. Se poi si vanno ad osservare i retroscena, ed in particolare l’estenuante braccio di ferro tra il leader di Italia Viva, in bilico tra manie di grandezza e tendenza al protagonismo, un Giuseppe Conte sempre più irritato e gli alleati di Movimento 5 Stelle e Partito democratico con sbalzi d’umore, il discorso cambia. Ufficiosamente, Matteo Renzi sta perseguendo la sua strategia politica, mettendo alle strette il Governo non certo per l’interesse del Paese. A meno che, s’intende, l’Italia non si possa equiparare alla sua parte politica. In ogni caso, alea iacta est, come direbbe Giulio Cesare. E ora che si fa? Cosa accadrà nei prossimi giorni? Come procederà la crisi?

La verità è che gli scenari sono e restano complessi, incerti. Italia Viva è uscita dal Governo, ma non dal Parlamento: Giuseppe Conte è ancora legittimato costituzionalmente ad essere Premier. La crisi infatti non è stata ancora «parlamentarizzata», termine con cui si indica che il Governo ha ufficializzato in parlamento la crisi, affrontando la possibilità di un voto di sfiducia. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al momento ritiene che tocchi al presidente del Consiglio trarre le conclusioni di quanto avvenuto. Conte avrebbe davanti, in sostanza, quattro possibili strade: dimettersi; parlamentarizzare la crisi; chiedere la fiducia in Parlamento; assumere l’interim delle ministre dimesse.

Portando le sue dimissioni al Quirinale, Conte farebbe il gioco di Renzi e del centrodestra (Le stesse pressioni starebbero arrivando a Conte anche dal PD). Le dimissioni potrebbero però essere respinte dal Quirinale, che potrebbe affidargli un reincarico per prendere tempo e negoziare.

Parlamentarizzando appunto una crisi nata al buio, il Premier potrebbe ottenere il mandato a cercarsi una maggioranza solida. È a questo punto che potrebbero manifestarsi nuovi gruppi pronti a sostituire i 18 senatori di Renzi e garantire qualche mese di sopravvivenza al “nuovo” Governo Conte-ter. Al momento, però — secondo quanto detto da Renzi (mercoledì) e da fonti del PD (questa mattina) — i margini per questa operazione sembrano ristretti.

Conte potrebbe poi chiedere la fiducia in Aula solo con il sicuro sostegno dei «responsabili» della crisi, giungendo così ad una sorta di compromesso con Italia Viva. Ma questa opzione potrebbe far storcere il naso a Mattarella, il quale ha sempre evocato il bisogno di «maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro».

Se, infine, il Premier optasse per “perder tempo”— almeno fino al 20 gennaio —, assumendo l’interim dei ministeri di Bellanova e Bonetti e insistendo per qualche giorno sul negoziato fra le parti in causa, avrebbe bisogno di un comprovato casus belli. La ragione formale potrebbe essere quella di completare l’iter parlamentare del Recovery Plan.

Di fatto, però, questo consentirebbe di dare tempo ai «responsabili» di formare al Senato un nuovo gruppo. In tal caso basterebbe una semplice mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni per decretare la fine del Governo. E poi? Ecco le consultazioni e le ipotesi su «governo di tutti» o «elettorale».

E se si arrivasse alle dimissioni (accettate) di Conte, e alla fine del Conte-bis? In questo caso, si aprirebbero le consultazioni. L’attuale maggioranza potrebbe provare a coalizzarsi dietro a nomi diversi da quello di Conte. Ad oggi, tra le mura del Quirinale riecheggiano quelli di Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale; dell’economista ed ex commissario alla Spending review Carlo Cottarelli; di Mario Draghi, ex presidente della BCE e della Banca d’Italia. In ogni caso, chicchessia durerebbe pochi mesi, il tempo necessario per portare il Paese al voto anticipato tra maggio e giugno, prima che scatti il semestre bianco. Scelta poco saggia, dato il dramma sanitario in cui verte l’Italia.

Da quanto emerge insomma, con una “semplice” conferenza stampa Renzi ha mandato il Paese nel caos, come se una pandemia e la conseguente crisi economica e sociale non bastassero. La situazione che il Paese sta vivendo in queste ore ha mostrato ancora una volta quanto l’egocentrismo della politica italiana non lasci spazio a mosse di conciliazione, almeno in circostante così gravi. Detto alla Crozza: << non è proprio voglia di crisi di Governo, è più bisogno di approvazione >>.

Anna Maria Di Nunzio

Commenti

commenti