Da diverso tempo a questa parte mi capita di avere sotto mano gli scritti di Gabriele d’Annunzio, ma soprattutto sono calamitato da quanti hanno scritto su di lui.

Confesso che negli anni del Liceo, pochi in verità, sono stato portato ad accantonarlo giacché lo avevo definito uno scrittore pruriginoso e dedito più ai suoi vizi che alle indubbie capacità descrittive. Non vorrei accampare scusanti ma, forse, il d’Annunzio non è “presentato” nel migliore dei modi e spesso gli stessi insegnanti poco si accorgono della grandeur di questo scrittore/poeta, e non solo, che merita, adesso ne sono più che cosciente, degli approfondimenti di ben altra natura stilistica.

Una curiosità di pochi giorni or sono che ho letto e che lo riguarda dice che il d’Annunzio è stato il primo a chiamare una donna, e non poteva essere altrimenti, Gigliola; praticamente questo nome l’ha inventato lui, così come è stato il primo in tante altre cose.

L’ultimo libro, in ordine temporale, che mi ha magnetizzato è stato: A Tavola Con d’Annunzio, di Paola Sorge. E siccome l’alchemico pescarese intriga, affascina, seduce e spesso disorienta “oso”, grazie alla cortese intermediazione del Prof Tobia Iodice, autore di un pregevole volume –Tutte Le Sfumature Della Rosa- dove tratta della numerosissima corrispondenza tra Gabriele e Barbara Leoni, interpellare colei che, come vedremo, ha dedicato molte energie a far riscoprire, a coloro che magari in modo superficiale si sono occupati di lui, il Vate.

Sinteticamente su Paola Sorge.

È nata, vive e lavora a Roma, dove si è laureata in Lettere Moderne.

Negli anni Settanta/Ottanta ha collaborato al Dizionario Enciclopedico Tedesco-Italiano e Italiano-Tedesco,della Sansoni.

Ha lavorato in RAI come Programmista-Regista di documentari televisivi, e come curatrice di numerosi programmi radiofonici: è autrice del documentario: “Il Cenacolo Di Francavilla”, che è andato in onda nel Settembre 1985 su Radio Rai 1.

Ha curato le opere di innumerevoli autori tedeschi, tra cui Karl Kraus e Hans Enzensberger, ed è autrice di manuali sulla lingua italiana, tra cui: Parlare Bene E Scrivere Meglio (Newton-Compton, 2002). Dal 1990 collabora alle pagine culturali di La Repubblica, dell’Espresso, e al supplemento Viaggi.

Su Gabriele d’Annunzio ha pubblicato una serie di saggi e svariati volumi tra cui ricordiamo: Breviario Mondano (Mondadori, 1994), Vita Di Un Superuomo, (Lucarini, 1988), Il Caso Wagner (Laterza, 1996), L’arte Della Seduzione (Carabba, 2009); Motti Dannunziani (Carabba, 2010).

Ecco di cosa abbiamo parlato.

Gabriele d’Annunzio era dotato di un senso dell’umorismo non comune ma allo stesso tempo era un fine calcolatore, sia nel privato sia (soprattutto) nella vita pubblica: era un uomo/scrittore che riusciva a creare una perfetta sintonia tra l’estro e la razionalità. Una dote innata, oppure un modus vivendi costruito e studiato?

Non siamo d’accordo sul termine “calcolatore”, anche se “fine”. Era sempre irrazionale nel gestire i soldi che spendeva a profusione per cose assolutamente superflue, era troppo generoso con le sue donne, faceva debiti senza pensare alle gravi conseguenze (vedi la vendita all’asta voluta dai suoi creditori dei beni della “Capponcina”); doveva tra l’altro mantenere la madre perché suo padre aveva lasciato solo debiti, e, quando poteva, i suoi quattro figli; rischiò sempre l’indigenza (vedi gli anni napoletani in cui rimase letteralmente senza un soldo). È vero che a volte approfittò della buona fede di suoi ammiratori e editori prendendo impegni che poi non rispettò: ma lui era il Vate, poi l’Eroe nazionale, e pensava di meritarsi tutto, soldi e onori senza fine, comunque si fosse comportato. La razionalità la mostrò piuttosto nel battersi per far ottenere agli scrittori i diritti d’autore. Si deve a lui la legge in merito, ancora attuale, firmata da Mussolini negli anni Trenta del Novecento.

Nella sua fortuna critica il poeta ha finito per sovrastare l’eroe: le sue molteplici imprese storiche passano talvolta in secondo piano rispetto a quanto ha scritto?

Non certo ai suoi tempi, in cui fu osannato, perfino dal Times. Dopo la seconda guerra mondiale, valori come patriottismo, eroismo, nazionalismo, sono stati rapidamente rimossi e dunque la critica ha spesso sorvolato sulle sue imprese e sul coraggio mostrato in guerra e a Fiume. Va ricordato che proprio dopo Fiume, d’Annunzio rinunciò all’azione per tornare con tutto se stesso alla creazione letteraria.

Dopo essere stato colpito da quanto d’Annunzio stesso rivela in una lettera a Barbara Leoni, dove dice di essere stato trattato, durante il periodo militare, col bromuro, ho concluso, per giustificare e comprendere le sue innumerevoli prestazioni amatoriali, che il Poeta fosse affetto da Sex Addiction. Lei concorda con questa mia anamnesi?

Che vuol dire? Comunque, in merito c’è un’altra lettera, quella a Luisa Baccara, sua compagna di Fiume e del Vittoriale, in cui confessa di avere una malattia ereditaria (il padre era un indomabile e rovinoso donnaiolo), una sorta di “priapismo”. Ma la notizia va presa con le dovute riserve, visto che gli serviva per giustificare agli occhi dell’amante i continui tradimenti. Forse si può parlare di una eccezionale virilità di stampo abruzzese (non rida, ci sono stati numerosi esempi in tal senso!)

d’Annunzio e la religione. Anche sotto quest’aspetto risulta essere stato un uomo contraddittorio: scrive che Dio è un buffone; si definisce mistico senza Dio, poi, però, vuole incontrare Padre Pio. Da una parte sfida pure il Divino, dall’altra sembra averne paura. Come spiega questa antitesi?

Padre Pio era un personaggio ai suoi tempi non solo molto popolare, ma anche molto discusso e inviso alla Chiesa, che poi ha cambiato completamente rotta. Dunque per il poeta in cerca di misticismo, poteva essere interessante. Tra l’altro non è certo un caso che i due non si siano incontrati. Non credo che avesse paura del “divino”. Quando creava si sentiva lui stesso un dio: su questo non c’è da scherzare, non è un paradosso, la sua concezione dell’esistenza, insofferente di ogni religione e regola, si avvicinò negli ultimi anni al pensiero orientale, comunque a un misticismo che sfiorò l’esoterismo. Su questo tema terrò una conferenza il 21 marzo a Firenze.

A Napoli frequentò il salotto esoterico della Polozoff, dove ebbe occasione di conoscere Eusapia Palladino, nota ma poi discussa Medium, che fece invitare anche a Parigi. In un primo approccio ebbe ad irridere tali pratiche, ma quando ebbe modo di ricevere un messaggio a lui indirizzato per mezzo della Medium dall’amata madre cambiò idea al riguardo e, nel Libro Segreto, non ne ha fatto mistero. Qual era, quindi, il rapporto di d’Annunzio con l’altra dimensione?

In guerra, sfidando ripetutamente la morte con i suoi voli, si sentì, come scrisse nei suoi taccuini, in una “terza dimensione” al di là del tempo e dello spazio. Al Vittoriale aveva come architetto Giancarlo Maroni che era stato ferito in guerra e parlava con i morti. Credo comunque che abbia mantenuto sempre una certa distanza da pratiche di spiritismo, senza farsi troppo coinvolgere.

Lei ha di recente curato una magistrale lettura critica del “Martirio di San Sebastiano”. Perché era così attratto dalla raffigurazione di questo Santo?

Fisicamente rappresentava il suo ideale estetico: efebico, quasi femminile, sensuale e voluttuoso anche nel martirio. Psicologicamente era un combattente eroico, votato a un ideale, pronto alla sofferenza e alla morte, dunque stimolante.

Nella sua vita il Vate ha dilapidato fiumi di denaro ed altrettanti ne ha chiesti in prestito, pur facendosi pagare profumatamente ogni suo intervento. Però era anche molto prodigo verso chi ne aveva bisogno. A suo avviso, anche in questo caso, era un’attitudine del suo animo o una “posa” cui si atteggiava?

Era prodigo di natura.

Dal suo “A Tavola Con d’Annunzio”, leggo: “A digiuni ascetici succede la fame vorace ma anche sagace. Sapendo qual sia la quantità che m’è giovevole, scelgo nel riempire la quantità”. Mentre in pubblico era restio a toccar cibo, in privato o con gli amici fidati si rifocillava da grande buongustaio; dai prodotti della sua terra, di cui era ghiotto, ai cannelloni, dalla pernice fredda alle frittate. Insomma d’Annunzio non disdegnava affatto i piaceri della tavola, ed aveva delle cuoche che soddisfacevano ogni suo desiderio gastronomico. Anche in questo caso siamo di fronte ad una doppia personalità?

Certamente d’Annunzio in pubblico assunse sempre una “maschera” che non corrispondeva alla sua vera natura. Era il prezzo che doveva pagare per una popolarità oggi inimmaginabile. Oggi mi pare che non ci sia nessuno che abbia il carisma e la celebrità che ebbe d’Annunzio ai suoi tempi. Era considerato un semidio e i semidii non mangiano che nettare e ambrosia! Ma c’è un’altra ben più prosaica ragione alla fama da lui divulgata di “digiunatore”: una dentatura orribile, di cui si vergognava.

Lui è il Priore, le amanti sono le Badesse e le governanti sono definite Clarisse; anche in queste denominazioni s’intravede una pseudo spiritualità recondita. In “A Tavola Con d’Annunzio”, Lei scrive: Occorre fare un notevole sforzo di fantasia per immaginare Gabriele d’Annunzio davanti a una tavola imbandita, e questo dipende dal fatto che il mangiare non fa parte del copione in cui egli costruisce, lustra e contorna di un alone di leggenda la sua immagine di vate e superuomo”. Come mai, considerato che non era uomo da farsi influenzare dal giudizio altrui, questo aspetto culinario lo preoccupa? Si dice che non avesse una dentatura perfetta e pertanto vi era il lui una sorta di ritrosia nell’accompagnarsi con altri commensali. Quanto c’è di vero in tutto ciò?

Ma no, era molto preoccupato della sua immagine pubblica: anche se fu sempre trasgressivo per la sua epoca, seguiva delle regole di estetica da cui non poteva derogare: il culto del Bello, la “raffinatezza estrema” erano per lui irrinunciabili. Il mangiare per lui non era un atto estetico. Da aggiungere che negli ultimi anni l’uso della cocaina peggiorò lo stato dei suoi denti.

Uomo sportivissimo che aveva a cuore pure l’aspetto fisico: a lui si deve l’apposizione dello scudetto tricolore sulla maglia della nazionale di calcio. Leggere di e su d’Annunzio è una miniera di scoperte senza fine, a quanto pare. Sono trascorsi quasi 30anni da che Lei restò folgorata dal Vate dando alle stampe il primo dei suoi contributi critici: riesce a sorprenderla ancora oggi?

Lei è molto informato e questo mi dà una certa soddisfazione! Certo che mi sorprende ancora oggi. Avevo deciso di non scrivere più nulla su di lui, e invece eccomi alle prese con “d’Annunzio e la musica”. La sua conoscenza e comprensione dei maggiori musicisti di tutti i tempi è davvero straordinaria.

Un suo libro estremamente intrigante è “Motti dannunziani”. Potrebbe citarmi qualche aforisma che più l’ha colpita per forza espressiva?

Memento audere semper. E non solo per la forza espressiva: quando ho avuto paura, nella mia vita, ho sempre fatto errori madornali.

Lei ha lavorato sia in televisione che in radio. La Tv di Stato è diventata quello che è: una sorta di fuochi d’artificio per ogni evento dove pare che il dolore umano sia uno strumento per aumentare l’audience. La Radio, a mio avviso, ha invece un fascino particolare e si rivolge ad un altro tipo di ascoltatore; quello, cioè, cui interessa il contenuto e non l’apparenza fuorviante. Ha qualche programma in cantiere e cosa ricorda con maggiore piacere dei suoi trascorsi radiofonici?

Siamo perfettamente d’accordo. Adoro la radio, le sue trasmissioni culturali sono a volte esemplari, danno modo di esprimere cose che in televisione sarebbe impossibile esprimere. Ho fatto due volte un ciclo di trasmissioni per Radio 3 su d’Annunzio e la musica in cui ho letto alcuni brani delle sue opere, in versi e in prosa, con in sottofondo le musiche che il poeta aveva letteralmente “tradotto” in parole. Ho così mostrato praticamente un esperimento allora d’avanguardia, di marca wagneriana, di cui parlerò nel prossimo mio libro sul rapporto tra d’Annunzio e la musica.

Tornando al Vate, possiamo affermare che d’Annunzio era l’attore di se stesso?

Se vuole, sì. Essere il personaggio d’Annunzio alla fine pesava anche a lui.

Mi consenta un’ultima domanda. Nel suo splendido volume, edito dalla prestigiosa Electa, si scorrono le infinite richieste gastronomiche del Poeta. Ma se Lei dovesse organizzare una cena a là d’Annunzio, cosa preparerebbe?

Lo vedrà il 17 aprile, spero. Non mancherà la porchetta alla quale d’Annunzio ha dedicato versi abruzzesi. A proposito, posso fare un annuncio?

Certo che può.

Quasi certamente uscirà a breve una ristampa del volume oggi introvabile. Spero che si rinnovi il successo che ebbe quando uscì, ben 17 anni fa.

Ecco: proprio questo “spirito” dannunziano mi è mancato! La paura di osare ha frenato la mia voglia di saperne di più. Avevo ancora altre domande per Paola Sorge, ma ho preferito lasciarle in sospeso. Avrei chiesto di un giovane Gabriele che si cimenta, sempre con successo, nello scrivere liriche per il musicista Francesco Paolo Tosti e che risulta, nonostante lo scrivere poesie non sia metricamente uguale come il comporre canzoni, insuperabile anche sotto quest’aspetto.

Ed ancora, dopo aver osservato nel suo libro, A Tavola Con d’Annunzio, la stanza della musica, le avrei chiesto del rapporto del Vate con l’arte di assemblare note.

Mi sono frenato e adesso sono pentito; ma poi leggendo quando ci dice a proposito del suo nuovo lavoro, vuol dire che porgerò le domande direttamente a lei quando il 17 aprile prossimo sarà a Giugliano.

E sì, poiché, in questa data, alle ore 20:30, al ristorante “La Marchesella” si terrà una cena-conferenza dal titolo:“A Tavola Con d’Annunzio”.

Nel corso di questo appuntamento Paola Sorge, massima esperta italiana del Vate, illustrerà il rapporto tra Gabriele d’Annunzio ed il cibo, guidando i presenti in un affascinate viaggio tra raffinatezze, eleganze e manie del poeta a tavola.

Alla Lectio Magistralis della Sorge seguirà una cena, nel corso della quale saranno riproposti alcuni dei piatti più amati da d’Annunzio, realizzati seguendo le ricette di Albina Becevelli, cuoca personale del Vate, ancora conservate al Vittoriale.

Si gusteranno così i cannelloni, di cui d’Annunzio era golosissimo; la frittata: piatto di cui si vantava essere il miglior cuoco al mondo; oltre poi ad una varietà di altre pietanze preparate per l’occasione dalla cuoca stellata Gena Iodice.

I partecipanti all’evento potranno in tal modo vivere l’illusione di sedersi alla tavola del poeta, godendo di un privilegio all’epoca più unico che raro, considerata la proverbiale ritrosia di d’Annunzio ad aprire le porte della sua fastosa residenza sulle rive del Lago di Garda.

Pubblicato il 14 Marzo 2015

filippodinardo@libero.it

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