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ORAZIO TAGLIALATELA SCAFATI: THE VOICE DI GIUGLIANO

Questa nostra chiacchierata è una promessa che ci siamo scambiati tanti anni fa, quando l’illustre giuglianese era al primo gradino di una carriera che già si preannunciava strepitosa ed io gli dissi che la prima intervista doveva riservarla al sottoscritto. Orazio, sorrise e rispose che così sarebbe stato.

Ricordo quando, alcuni anni orsono, lo invitai nella nostra Radio (RadioAttiva) e lui, senza alcun indugio, nonostante gli esami fossero alle porte, venne col suo Hammond e fece delle performance memorabili, svariando in ogni tipo di repertorio; quando poi accennò alla celeberrima Hallelujah, del mai troppo compianto Leonard Cohen, non facevamo in tempo, io ed Enzo Aurino, a rispondere alla Chat e al telefono, tante le telefonate che arrivavano da tutta Italia. Un ricordo indelebile. Qualcuno si commosse, altri battevano le mani nella cornetta. Un’apoteosi per noi tutti. E devo pure riconoscere che anche il fratello Carmine riscosse la sua dose di successo, a livello nazionale.

Siccome il caldo è più che atroce, è quasi una temperatura politica, mi fissa un appuntamento alle prime luci dell’alba-perché poi deve ripartire- in una rinomata caffetteria della zona. Un’anisetta, per infondermi coraggio, e scendo.

Sono sicuro che la levataccia avrà un piacevolissimo risvolto.

Il giorno, finalmente, è venuto, la confermazione si è avverata, ed il momento di incontrarci è magicamente arrivato.

Gli avventori sono scarsi a quest’ora e perciò possiamo parlare in tranquillità.

Ordiniamo prima. Arriva il cameriere.

Lui prende un cappuccino e due cornetti.

Io, per mantenermi lucido, una Tequila.

Posiziono la VideoCamera.

Eccovi di seguito di cui abbiamo parlato, ed il racconto di quanto non vedrete mai.

A sedici anni sei ammesso al Conservatorio San Pietro a Majella, dove studi col M° Ela Di Natale allieva, a sua volta, di Vincenzo Vitale, il quale, ha introdotto delle novità sostanziali nella didattica pianistica. La sua idea era che ogni caratteristica del suono percepito deve corrispondere ad un determinato gesto tecnico. Semplificami questo concetto.

Ti premetto subito, carissimo Filippo, che sono forse la persona meno adatta a disquisire della grande tecnica vitaliana. Ma, volendo essere sintetici, citerei una frase che la signora Di Natale ripeteva in continuazione a noi allievi in Conservatorio, una frase in francese: joueravec la maindésossée, “suonare con la mano disossata”. Il concetto è, fondamentalmente, quello di trasferire tutta la forza dell’arto unicamente nella punta dei polpastrelli, tenendo abbandonato, libero e privo di tensione il braccio, praticamente dalla spalla al polso. Il suono sulla tastiera, poi, diviene particolarmente agile facendo leva sulle articolazioni delle dita, che attraverso una serie di esercizi tecnici (specialmente attraverso lo studio di determinati didatti del pianoforte, fra gli altri Carl Czerny e in assoluto il mio preferito, Muzio Clementi, il “Mozart italiano”) diviene estremamente agile. Ancor più forte, poi, dev’essere la mano quando si intende produrre un suono piano, o pianissimo; e lì c’è da faticare moltissimo!

Cosa ha significato per te, così giovane, essere ammesso in questo prestigioso Conservatorio?

In realtà non ero poi … “così giovane”, se consideriamo che all’epoca del mio esame di ammissione gli studenti ancora entravano a 11-12 anni; devi considerare che fino a pochi decenni fa il Conservatorio sopperiva anche all’istruzione media inferiore; in pratica le scuole medie le facevi in Conservatorio, e lì studiavi, pranzavi e cenavi, stringevi amicizie destinate a durare per anni, e soprattutto … ti formavi! Sono un po’ cattivo, e forse non dovrei visto che la mia formazione pianistica in Conservatorio non si è conclusa … perché poi è arrivato il canto! Ma ti dirò, oggi che il Conservatorio è equiparato ad un’università, i dieci anni (faccio per dire) di uno strumento principale, vengono riassunti in una triennale e (eventualmente) un biennio magistrale. Una persona intelligente sa riconoscere l’evidente scompenso fra i “bei tempi antichi” e i “mala tempora” che corrono oggigiorno.

D’altro canto per me, entrare nel Conservatorio di Napoli, all’epoca significò una gioia incontenibile. Ricordo ancora le corse che facevo dal liceo a Giugliano per prendere la metro e arrivare a Piazza Dante e i pranzi al sacco consumati durante il tragitto: era un periodo frenetico. Ma se devo dirti la verità, e lo dico molto responsabilmente, non sono stato uno studente … disciplinato, in Conservatorio. La mia insegnante, la signora Di Natale, una donna amabile, una grande didatta, ma in quanto tale anche estremamente severa, non mancava di farmi notare le mie inadempienze nei confronti dello studio. Non raramente capitava che mancassi per giorni e giorni alle lezioni: sia perché concludevo i miei studi liceali prima e universitari poi, sia perché … il canto mi aveva già contagiato!

Prima con chi studiavi Pianoforte?

A undici anni cominciai a studiare col M° Nunzio Avallone, il quale mi ha anche preparato per l’ammissione in Conservatorio. Con Nunzio c’è una grande amicizia, e per me ha significato tanto il suo metodo, la sua disciplina e il suo zelo. Soprattutto il suo amore immenso per la musica, quello autentico, senza troppe teorie, ma squisitamente pratico: come il lavoro di un artigiano che ha a che fare con la materia grezza e che sa poi trasformare in un prodotto di altissima qualità.

Come ti sei avvicinato allo strumento?

Per caso, come sempre in queste circostanze! Anzi, un caso abbastanza divertente: avevo cinque anni, e mia madre mi regalò una tastierina giocattolo, sulla quale mi piaceva immaginare di avere una sala e un pubblico che assistevano. E poi il resto è noto!

Ti ho sempre seguito nelle tue performance con l’Accademia Musicale Liliarium, che ha sempre ricevuto unanimi consensi dovunque si è espressa. Una piacevole esperienza. Me ne parli?

Con l’Accademia Liliarum ho cantato da quando cominciai a capire di voler fare il cantante lirico. Mi innamorai del canto quando mio padre portò a casa un cd-rom di “Aida”. Ne rimasi folgorato, e subito chiesi a Nunzio (col quale già studiavo da tre anni) se potesse ascoltarmi. Cominciavo a portargli migliaia di spartiti d’opera, dei più disparati, e lui ascoltandomi mi propose di farmi sentire dal M° Raimondo Gargiulo, attuale direttore del Coro dell’Accademia Liliarum. All’inizio cantavo da corista, poi pian piano Raimondo mi affidò delle romanze da solista nei concerti. Raimondo per me è stata la prima persona che ha creduto che potessi fare del buon canto lirico, un uomo coltissimo e soprattutto discreto. A lui devo una cosa su tutte: la disciplina quando si sta in un gruppo e quando si fa musica. Sai, in un coro si ride, si scherza e ci si diverte proprio perché – ed è questo il bello – si diventa una grande famiglia. Ma quando si è in scena bisogna essere impeccabili e lasciare dietro le quinte il divertimento.

(Ripassa il cameriere. Per Orazio un caffè, per me un Calvados)

Un nome: Mara Naddei…

La mia salvatrice! Quattro anni fa, Giusy (la mia fidanzata, Soprano) ed io cercavamo un nuovo insegnante di canto. Un nostro carissimo amico, il M° Andrea Barbato, eccellente pianista dei più sensibili musicalmente a Napoli, ci disse “Conoscete Mara Naddei? La maestra di Rosa Feola e di Roberto De Biasio!”. Devi capire che all’epoca tutti questi nomi, colpevolmente, non ci dicevano nulla. Rosa Feola è uno dei soprani lirici più apprezzati al mondo per la sua estrema musicalità e la voce soave e duttile; così come il tenore Roberto De Biasio, presenza fissa da anni ormai al Metropolitan di New York. Una sera di ottobre (sì, credo fosse proprio ottobre) ci recammo da Mara. Vuoi sapere qual è il ricordo più bello di quel giorno? La commozione di Giusy scendendo le scale per tornare a casa. Non lo dimenticherò mai. Per noi allievi, Mara è un faro, è la nostra forza. Grazie a lei abbiamo recuperato la fiducia in noi stessi in quanto cantanti. Una tecnica incredibile, forte e dolce nello stesso tempo, che riceve ormai consensi in Italia e all’estero, dati i successi dei suoi allievi (fra gli altri vorrei ricordare il tenore David Fruci, che sta svolgendo una brillante e apprezzata carriera in Germania). Ero in una fase distasi vocale prima di conoscere Mara Naddei; oggi, se non fosse stato per lei, le possibilità sarebbero state due: o avrei cantato da schifo, o non avrei più cantato.

Davide Dellisanti…

Hai toccato un altro nome importantissimo per me. Ho conosciuto Davide tre anni fa, in un’audizione a Roma per una produzione di Tosca a Taormina. Mi presentai per il ruolo di Spoletta. Il ricordo più bello fu che alla fine della mia audizione, il maestro Dellisanti mi chiese due cose: “Quanti anni hai?” e “Con chi studi?”. Avevo ventitré anni, ma alla risposta “con Mara Naddei” rispose “Ecco, appunto. Non avevo dubbi!”. Si complimentò con me, elogiando la tecnica Naddei e i suoi allievi, fra cui la Feola. Con Davide, da allora, ho iniziato uno studio intenso per la comprensione dello spartito. Si può dire che Dellisanti sia uno dei pochi “spartitisti” rimasti oggi sulla scena musicale. Lo spartitista, così era definito all’epoca, non è semplicemente un pianista accompagnatore, ma un profondo conoscitore dell’opera lirica e della vocalità. Quindi sa indirizzare il cantante con determinate scelte stilistiche ed interpretative andando dietro non tanto alla tradizione (anzi, la rigetta), ma seguendo piuttosto la filologia dello spartito. Quando studio con Davide e mi viene di fare troppo … il tenore, la sua domanda provocatoria è sempre: “Hai letto lo spartito? Che sta scritto qua? Ché, forse, il compositore ha scritto così?”. Davide Dellisanti è un vero grande artista, oltre che un grande amico. Crede tantissimo nei giovani e fa di tutto per promuovere il lancio di promesse della lirica nel panorama dei grandi teatri italiani ed esteri, se consideriamo poi che è uno dei più giovani direttori artistici del nostro Paese, lodato in patria e all’estero.

Hai partecipato a numerosi concorsi internazionali sia come Pianista che come Tenore: mi dici quali?

Come pianista ne ricordo ben pochi, in realtà; ero molto più piccolo d’età, ma si trattava comunque di esperienze che hanno contribuito a formarmi. Come cantante lirico ce ne sono di più: il Campi Flegrei, il Concorso Etta Limiti, il Concorso Napolinova, ma soprattutto il Concorso Umberto Giordano, una grande esperienza per me.

Dimmi la verità: ti attira di più il Canto oppure una bella suonata ai tasti bianconeri? Io dico che preferisci cantare: tu che dici?

Cantare! Non c’è dubbio!

Pianista e Tenore di classe: ma gli studi?

Pianista lo lascerei definitivamente da parte, per non offendere i veri pianisti! Tenore sì, di classe non saprei! Se devo essere sincero, però, vado molto fiero dei miei studi universitari. Molto! Il mese scorso mi sono laureato con lode al Corso di laurea Magistrale in Filologia, Letterature e Civiltà del Mondo Antico alla Federico II con una tesi in Letteratura Latina, seguito dalla prof.ssa Marisa Squillante. Ho sacrificato tutto, anche la musica ad un certo punto, per gli studi classici, per il latino e il greco. Perché è così, io sono questo! Perché non ho mai desiderato fare altro che prendermi questo titolo … inutile, come direbbero certi idioti frustrati. Intanto, come ripeto e dico da sempre, portatemi qualcuno che mi dimostri che far ciò che si ama è inutile, e poi ne riparleremo. Sull’utilità delle lingue classiche ci sarebbe molto da parlare, ma sorvolerei lasciando la parola a chi è più esperto di me.

Una parentesi leggera, è quella su Rai 1 alcuni anni or sono. Partecipi e vinci sbarazzando gli altri innumerevoli concorrenti a: I Raccomandati; famosa gara canora di prima serata condotta, da Pupo. Parlami di questa esperienza che ti ha catapultato nelle case di milioni di telespettatori. Hai qualche aneddoto da dietro le quinte?

Aneddoti, pochi in effetti. Solo un mondo poco attento alla valorizzazione dei talenti, questo sì. Un mondo frivolo, senza spessore. Vi partecipai allora soprattutto perché spinto dal mio ex insegnante di canto, di cui non farò il nome. Vinsi, ma non mi diedero nemmeno la soddisfazione di una targa, un attestato. Nemmeno una busta di patatine, come sono solito dire! Certo, è stato divertente, ma avevo diciotto anni. Tornassi indietro, non lo rifarei. Ne ero convinto all’epoca, ne sono più che convinto oggi: per valorizzare un giovane artista, in particolare un cantante lirico, non sono quelli i contesti adatti, specie se il giovane aspira a calcare le assi del teatro e non a muoversi come una scimmia davanti ad uno schermo televisivo. Eh sì, ripeto, sono un po’ cattivo. Dirai “ma tu l’hai fatto”; ti ripeterei non solo che ero molto più ingenuo all’epoca, ma soprattutto (o forse in virtù della mia ingenuità) mi sono fidato delle persone sbagliate. Tu sai bene di cosa parlo, carissimo.

Dunque, vantaggi pratici?

Nessuno!

Al tuo ritorno a Giugliano, come sei stato accolto?

Ovviamente con grande affetto, soprattutto dalla mia famiglia: te lo lascio immaginare!

(La gola reclama del liquido. Cameriere, mi scusi: Per lui un’acqua tonica. Per me un Cognac)

Ei fu siccome immobile… Cosa ha significato per te il 5 Maggio… del 2017, però?

A quest’erudita associazione rispondo: un momento di grande gioia. È la data del mio debutto, al Teatro Umberto Giordano di Foggia, nell’operetta Giove a Pompei, scritta a quattro mani da Giordano e Franchetti, nel ruolo di Ganimede, il coppiere degli dei. La storia ripercorre gli ultimi giorni di vita di Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.: i Pompeiani, rinnegando l’utilità degli dei, scatenano l’ira di un Giove ormai attempato, accompagnato da un altrettanto acciaccato Ganimede. Il Padre degli dei però, salverebbe volentieri la città, a patto di avere l’amore di una giovane del luogo, Lalage, già promessa però al soldato Aribobolo. L’eruzione, nonostante il lieto fine e l’appacificarsi tra il Nume e i Pompeiani, avverrà comunque perché Giove “ha già dato disposizioni”; il Tonante, però, riesce a “salvare i Pompeiani” e a dar loro una nuova città storica: in effetti i Pompeiani sarebbero stati eternati nei calchi, e la loro memoria resa immortale.

Ho avuto il piacere e la fortuna di partecipare a questa produzione storica: un altro artista del cast, il mio amico Graziano De Pace, mi avvertì che per quest’opera mancava un tenore disposto a ricoprire il ruolo di Ganimede; praticamente imparai la parte in una settimana (che è soprattutto recitata, e ha pochi numeri musicali) e debuttai a Foggia con un cast d’eccezione, e diretto dal M° Gianna Fratta, straordinaria musicista e direttrice d’orchestra.

E Napolinova?

Un’importantissima realtà culturale a Napoli. Nel 2017 ho partecipato al Concorso Napolinova, e mi sono classificato primo insieme ad Imma Iovine, grandiosa voce di Soprano oltre che un’amica, una sorella! Anche quella è stata una grande soddisfazione per me.

Premi e attestati di stima. Quali i sacrifici?

Il sacrificio è a 360 gradi, dalla sfera personale a quella relazionale. Per dirla tutta, il mondo dell’arte richiede una certa dose di … sano egoismo. Ma non fraintendermi: bisogna sempre rimanere umili. Ecco, nell’opera lirica ci sono ancora persone che si incensano da sole. Per carità! Il divismo è morto, ed oggi vederlo ancora perpetuato da certi personaggi, è ridicolo. E soprattutto non bisogna mai dimenticare ciò che è importante: l’amore delle persone care e valorizzare quell’amore, renderlo importante. Credo fermamente che se uno ha la fortuna di fare una carriera teatrale lo deve a chi ha veramente creduto in lui. Il rischio che gli affetti passino in secondo piano rispetto alla macchina vorticosa della carriera purtroppo è in agguato. Io lo so, fidati, anche se di carriera per me non si può assolutamente parlare! Siamo agli inizi! Sai qual è la cosa bella dopo una recita? La birra con gli amici, l’abbraccio della famiglia, il bacio della persona che ami. Dopo che ti sei spogliato di un abito di scena, ritorniamo meravigliosamente normali! Normali! È così che si apprezzano di più i nostri sacrifici, quando li puoi condividere con chi li ha vissuti con te, o che, nel mio caso, si sacrifica tanto quanto te per i propri sogni e saldi obiettivi.

So bene che in famiglia hanno sempre condiviso e sostenuto questi tuoi sforzi, la tenacia e l’impegno che hai profuso, e sempre ci metti. Possiamo dire che, sotto questo aspetto, sei stato fortunato nel trovare dei genitori, senza dimenticare tuo fratello e la sorella, sempre pronti a manifestare il loro entusiasmo?

È quanto ti dicevo poc’anzi. Non potevo desiderare di meglio!

Sempre in quest’anno sei un Messaggero, in Aida. Location fantasmagorica il Teatro Antico di Taormina. Sono convinto sia stata una sensazione indimenticabile. Dài, racconta…

Faccio l’audizione, e Davide Dellisanti, già Direttore Artistico di Taormina Opera Stars, è in commissione. Vengo scelto per il Messaggero, e la produzione è straordinaria. Ti dico solo questo: il M° David Crescenzi alla bacchetta (per me un genio! Ogni altra parola è superflua!) e il grandissimo soprano Carmela Apollonio alla regia e che, oltretutto, ricoprì il ruolo di Aida stessa nella seconda recita. La parte del Messaggero la sapevo da quando avevo tredici anni, da quel famoso cd che mi regalò mio padre! Non solo ho avuto l’opportunità di vedere come lavora un cast d’eccezione sulla scena, come un direttore d’orchestra mette in piedi in soli quattro giorni una delle opere più difficili del repertorio lirico con stile e cultura musicale, e soprattutto come una donna che ha curato la regia per una settimana praticamente parlando e urlando SEMPRE riesca poi, a fine produzione, a far cadere giù il teatro con una performance divina (ah, la tecnica!); ma ho avuto modo di realizzare un sogno: cantare anche per soli due minuti nella prima opera che io abbia mai ascoltato.

A Settembre fai quattro passi e vai a Foggia…

Sì, a settembre ho cantato al Concorso Umberto Giordano, e lì mi classifico al primo posto nella categoria Young. Personalmente quello fu un momento bellissimo, perché mi aiutò a confermare tante aspettative che si moltiplicavano attorno a me, ma che, data la mia giovane età, con reverenza mettevo umilmente in dubbio. Oggi non è più così, sono molto più consapevole di ciò che posso dare.

A Dicembre prendi il treno e vai a Chieti…

In realtà fu un viaggio in macchina! Scherzi a parte: sì, di nuovo Giove a Pompei, stavolta al Marrucino di Chieti. Vuoi un bel ricordo? In Abruzzo si mangia benissimo!

(Una breve pausa per dissetarci: Per il mio interlocutore dell’acqua tonica, per me,che sono più inaridito del deserto di Atacama, una bella doppia Vodka ghiacciata)

Torniamo un attimo indietro con le lancette del calendario e parliamo del tuo excursus in ambito letterario. Ricordo che era un progetto di solidarietà. Non ti pongo la domanda poiché già sai a che mi riferisco. Forza…

Un germinale libro di poesie, sì! Ah, se ricordi bene! Amenità, mio caro: comprensibili velleità artistiche di un ragazzino di dodici anni. Il libro si chiamava appunto “Germogli”, promosso dalla Pro Loco di Giugliano. Se oggi le rileggessi riderei a crepapelle, è ovvio! L’aspetto positivo l’hai sottolineato tu: devolvemmo quel po’ di ricavato alla Caritas cittadina. È stato un periodo molto felice.

Il mondo del Canto Lirico, in particolar modo, a me pare un campo di rugby. Dalle tue esperienze ne deduci?

Lo è! Senz’altro! Sia da un punto di vista personale che interattivo. Prima di tutto si deve lavorare su se stessi. Un cantante lirico è un atleta (verbo di Mara Naddei!). A parte il fatto che deve, quanto meno, regolare le proprie abitudini alimentari (un patto al quale difficilmente so obbedire, come ben sai!); ma poi deve cercare di allenare il proprio fisico. Se poi mi parli del rapporto con gli altri, va da sé che bisogna lottare con tutto e con tutti; però basta tenere i nervi saldi. Tu poi hai usato la metafora del rugby; niente di meglio, direi, se pensi che un vero e proprio vanto della nostra città, il soprano Anna Pirozzi, una nuova Dimitrova per me, ha praticato il rugby prima di diventare cantante lirica!

Uno dei tuoi Tenori preferiti…

Ne ho due, e li metto sullo stesso piano. Franco Corelli e Luciano Pavarotti. A Del Monaco preferisco sicuramente Corelli, per la bellezza della voce, per la proiezione del suono, lo squillo e la compostezza. Pavarotti poi, è stato la voce di natura per eccellenza, ma ascoltare Pavarotti vuol dire anche ascoltare una lezione di canto.

Poi addirittura l’aereo. Certo che in Danimarca a piedi… è una faticaccia! Perché ti rechi sulla costa orientale della penisola dello Jutland, nel Luglio del 2018?

Ho debuttato un ruolo del quale mi sono innamorato: Hoffmann ne LesContes d’Hoffmann, di Offenbach. È un personaggio che mi somiglia molto, perché è un pazzo, è un sognatore, è un credulone. Il cast era straordinario, quello dell’Associazione OperaOpera, con sede a Bogliasco, nel genovese, dove a breve, a settembre, lo replicheremo. Non vedo l’ora, soprattutto perché musicalmente e vocalmente direi che il ruolo mi va proprio bene, e che rifarei all’infinito.

(Ci fermiamo un attimino. Alzo la mano per richiamare il cameriere. L’arsura richiede del beveraggio.Il Tenore opta per un The Verde. Io, preferisco un Bourbon)

Come tutti sanno dopo Luglio viene Agosto. Un mese direi per te indimenticabile…

Indimenticabile è dir poco, caro Filippo! Ho sostituito il M° Marcello Giordani a Taormina nel ruolo di Cavaradossi. Direttrice, di nuovo la grande Gianna Fratta e nel ruolo di Tosca, niente meno che Carmela Apollonio. Non sono mancate le perplessità, ma molte di più sono state le manifestazioni di fiducia e i complimenti. Ti racconto com’è andata: passeggiavo per strada a Taormina con Davide Dellisanti e Andrea Carnevale (che tu ben conosci e col quale hai già chiacchierato). Arriva un messaggio sul cellulare di Davide: sostituzione! Io ho un attimo di comprensibile smarrimento, ma … improvvisamente mi arriva uno schiaffone dietro la testa: è Andrea, che mi dice, anzi mi urla “Fa’ la persona seria, cretino!”. Benedetto quello schiaffo; e così mi ricompongo. Un successo incredibile che non dimenticherò mai e poi mai!

Per le Opere Sacre come siamo messi?

Direi bene! Due sono importantissime per me: la Messa di Gloria di Mascagni, che ho cantato in una gloriosa serata nel 2016 con l’Accademia Liliarum, condividendo il ruolo di solista proprio con Andrea Carnevale; e il Requiem di Mozart, che ho cantato al Duomo di Salerno, diretto dal carissimo amico Ivan Antonio, giovane e brillante direttore d’orchestra.

Sul piano del repertorio operistico, invece?

Beh, la mia è una voce di tenore lirico, quindi si va dal Duca di Mantova in Rigoletto ad Alfredo in Traviata, a Rodolfo in Boheme, e Pinkerton in Madama Butterfly; ma anche Macduff in Macbeth e, naturalmente, Hoffmann!

Una domanda obbligatoria. Sei in pieno decollo per una carriera che si prefigura prestigiosa: oltre te stesso, c’è qualcuno che vuoi ringraziare in particolar modo?

Con la speranza che questo tuo vaticinio si avveri, mi sento di ringraziare solo chi mi vuole e mi ha voluto bene. Questo significa tutto per me, te lo garantisco!

La conversazione finisce; purtroppo per me, deve andar via: ma abbiamo avuto il tempo necessario per conoscerlo meglio, sia nel campo professionale che inalcuni aspetti personali, e soprattutto ci siamo resi conto che il futuro, per Orazio Taglialatela Scafati, si preannuncia ricco di soddisfazioni.

Carissimo Orazio: Ad Maiora. Con tutto il cuore.

Passo poi alla cassa, dove trovo un aitante giovanotto: capelli biondi e lunghi, una barbetta molto curata, e prima di pagare il conto mi corroboro con un grappino fuori ordinanza.

Vorrei lasciare una mancia al cameriere, ma non lo vedo”.

La voce, fastidiosamente schifata:

Guardi che mio marito, buonanima, siccome era più geloso di guglielmotello, ha assunto solo personale femminile”.

Chissà, di questo passo, dove andremo a finire!

filippodinardo@libero.it

ORAZIO TAGLIALATELA SCAFATI

ORAZIO TAGLIALATELA SCAFATI

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