L’inferno di Caivano: a 8 anni dall’omicidio di Fortuna, omertà e pedofilia in un contesto definito “tra i più terribili del Paese”

Il 24 giugno del 2014 un volo dall’ottavo piano di una palazzina popolare del Parco Verde di Caivano accese i riflettori su un girone dell’inferno che portò all’apertura di un processo lungo e tortuoso definito dalla Procura di Napoli Nord e da quanti vi collaborarono un lavoro difficile in uno degli scenari “più terribili del Paese”.

Sull’asfalto rovente, dinanzi all’ingresso di questo enorme agglomerato di cemento, il corpo, esanime, di Fortuna Loffredo che, più tardi, conosceremo tutti come Chicca.

Una bimba di appena 6 anni, dal corpo esile e i lunghi capelli biondi, che giaceva lì, senza vita in una pozza di sangue, venuta giù dall’ottavo piano come un foglio di carta. Una caduta accidentale, la prima ipotesi, più tardi accantonata a causa dei primi rilievi: Fortuna non poteva essere caduta da sola, il corpo non si trovava perpendicolare a quel finestrone ma era adagiato più in avanti come se avesse disegnato un’iperbole, ipotesi che diede il via ad uno scenario agghiacciante: qualcuno l’aveva lanciata nel vuoto!

Appena un anno prima, però, sempre dallo stesso palazzo, era venuto giù un altro bambino, Antonio Giglio, 3 anni, apparentemente sfuggito alla sorveglianza della nonna e della mamma e poi, improvvisamente caduto dalla finestra della sua abitazione. Una coincidenza nefasta che, di certo, non passò inosservata.

Le prime dichiarazioni, all’interno di quel Parco, evidenziarono da subito un clima di omertà, tutti sapevano, nessuno parlava, nessuno aveva mai denunciato niente, eppure era tutto così terribilmente evidente.

A fronte delle parole pronunciate dalla mamma di Fortuna e da altre persone pseudo coinvolte, a fornire i primi elementi di quelle atrocità fu il corpo della stessa Fortuna: su quell’esile creatura una serie di “abusi sessuali reiterati da lungo tempo”.

Da lì a poco il Parco Verde di Caivano sarà ribattezzato come il “Parco degli orchi”: la ricostruzione delle ultime ore di vita di Fortuna fornirono, infatti, un altro particolare inquietante, la piccola era andata a cercare a casa sua Doriana, la sorellina di Antonio.

A suggello delle atrocità, infine, le parole della madre 27enne della piccola ai giornalisti che assediavano il parco “Chi sa parli. Io a stare qui ho paura per gli altri miei due figli, voglio mandarli in collegio”.

I carabinieri piazzarono in quei palazzoni centinaia di cimici volte ad intercettare qualsiasi movimento o parola che venisse fuori anche da un semplice chiacchiericcio tra donne sui pianerottoli: 60 di quelle furono trovate e distrutte da chi voleva a tutti i costi gettare ombre sulla vicenda.

Ma non bastò, perché l’opinione pubblica, fin troppo indignata per quanto stesse emergendo, fu il motore e la spinta per far sì che fosse fatta chiarezza.

Passa qualche tempo e le intercettazioni producono i primi risultati: verranno arrestate diverse persone, considerate coinvolte, ma le attenzioni si concentreranno su Raimondo Caputo, detto Titò, patrigno del piccolo Antonio Giglio, vicino della famiglia Loffredo.

Coinvolta nell’indagine anche la compagna dell’uomo, Marianna Fabozzi, ritenuta complice di colui che, quotidianamente, abusava delle sue tre figlie di 9, 6 e 3 anni. L’accusa, per lei, sarà quella di non aver impedito queste violenze.

Nel corso di questi anni di detenzione, entrambi avrebbero tentato il suicidio in carcere, oppressi dalle angherie degli altri detenuti che, secondo le regole carcerarie, puniscono chi si macchia di reati verso i bambini.

Intanto, sull’indagine calerà il sipario dopo la morte, definita accidentale, del Pm Federico Bisceglie: il magistrato si schianterà sulla Salerno-Reggio Calabria mentre tornava da un convegno.

Le indagini si chiuderanno: due colpevoli ci sono e si accusano a vicenda come se non ci fosse un minimo di lucidità nella vicenda.

Intanto la vita nel Parco degli orrori riprende con gli scenari quotidiani fatti di casermoni di cemento dove anche i raggi del sole fanno fatica ad entrarci e dove l’indignazione della Caivano esterna a quel parco convive, semplicemente tenendosi a distanza.

Foto dal web

Marianna Di Donna

 

 

 

 

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