I sanitari che gli hanno omesso le cure sono accusati di omicidio colposo

 

Era il 30 marzo quando Luigi Starita, 75enne, morì, dopo oltre 22 giorni di agonia e di andarivieni da un ospedale all’altro.

Mai nessuno, a causa dello stato di emergenza, volle fargli un tampone finché le sue condizioni non si aggravarono e, addirittura, quando Luigi iniziò a stare male, i sanitari consigliarono alla figlia di acquistare una bombola d’ossigeno e di somministrargliela.

È una vicenda che ha dell’assurdo, iniziata l’8 marzo con una febbre alta e una tosse molto forte, che ha visto la noncuranza dei medici nei confronti di un uomo che presentava ogni sintomo del Covid-19 ma a cui, per motivi ancora da accertare, il tampone è stato fatto solo in punto di morte.

Proprio per questo motivo il pm Antonio Barba ha deciso di riesumare la salma di Luigi per effettuare un esame autoptico, spedendo, dunque, gli avvisi di garanzia a tutti i medici che lo avevano avuto in cura tra gli ospedali di Sorrento e il Loreto Mare, compreso il medico di famiglia.

Si tratta di Federico Coppola, medico di famiglia e di medici e sanitari dell’opedale di Sorrento, Rossana Galasso, Elvira Giaquinto, Pietro De Nicola, Luca Allocca, Maurizio D’Antonio e Vincenzo Terrone; quelli del Loreto Mare, vale a dire Giovanni Spagnuolo, Barbara Primerano, Salvatore Visconti.
L’inchiesta nasce dalla denuncia di Viviana Starita, figlia di Luigi, attraverso l’avvocato napoletano Gennaro Razzino e tutti i medici sono accusati di omicidio colposo.

Laura Barbato

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