Per chi come me pratica la Libroterapia, la sosta nell’Edicola Libreria Claudio di Giugliano non è un’abitudine ma una necessità, un’urgenza che ha radici lontane.

Il profumo della carta stampata, il colore delle riviste e lo sfogliare un nuovo libro e leggere la quarta di copertina mi inebria e mi estasia. 

Non ne posso fare a meno; non mi è possibile acquistare tutto (alcune riviste settoriali a me consone sono diventate un bene di lusso) ma qualche nuova uscita me la concedo, ed è linfa per lo Spirito. Con buona pace di coloro i quali affermano di leggere su Tablet e telefonini all’avanguardia. Perdonatemi, ma non li credo. Chi non ha un libro sul comodino di sicuro poco comprenderà questa mia disamina. 

Lo dico a chiare lettere: il Libret non mi piace.

La settimana scorsa Eliseo Verde, titolare della Libreria, appena mi ha visto entrare mi ha detto: devi leggere questo, e mi ha dato un libro con la copertina di un nero fondente, che mi ha incuriosito ed ipnotizzato al primo sguardo.

Il volume in questione è Perdita Di Tempo di Al Gallo.

Devo confessare che mentre non conoscevo l’autore ben sapevo della qualità editoriale della Homo Scrivens.

Ho letto tutto d’un fiato il racconto, dopodiché, per mia curiosità e per aver apprezzato lo scritto, ho chiesto ad Eliseo di farmi incontrare con lo scrittore.

L’appuntamento è stato fissato in un noto ritrovo del centro. 

La serata è umida ed appiccicosa come le ultime che stiamo vivendo.

L’empatia è scattata in meno di un secondo, e pertanto ci siamo seduti ad un tavolo per la conversazione che vi apprestate a leggere. 

Due birre ghiacciate ci vengono servite. 

Insiste per pagarle lui.

Oppongo una timida reazione, ma non c’è verso.

Allora, a questo punto, meglio versare e partire con le mie domande/curiosità.

Lei esordisce con il romanzo Indian Napoli nel 2015; poi è tra i vincitori del Concorso Nazionale “Airport Tales”; infine con Miranda Jannon partecipa all’antologia “Vecchio sarai tu!”. Mi può presentare brevemente i tre racconti?

Sono storie diverse, nate in momenti diversi. “Indian Napoli” è un noir classico che racconta un delitto, ma anche tanti spaccati della mia vita quotidiana. Il racconto selezionato per l’antologia Airport Tales è una storia d’amore, tragica e particolare. Infine, Miranda Jannon è un racconto – tratto dalla cronaca – che narra di vendetta e onore, con protagonista una mamma-coraggio. 

Mentre Mare Nostrum, con cui vince il “Megaris” 2018?

È la storia di un pescatore di frodo, che, nonostante le sue opinabili scelte di vita, ama la natura e combatte chi cerca di distruggerla. 

Lei frequenta il laboratorio “La Bottega Della Scrittura” Homo Scrivens. Colgo pertanto l’occasione per salutare Aldo Putignano, e le chiedo di esporci le “Tecniche” che si acquisiscono nella sua frequentazione.

Si tratta di tecniche utilissime, sia per chi è alle prime armi sia per quanti ‘praticano’ la scrittura con maggiore assiduità. Lo studio dei generi, presentati da Aldo Putignano e da Giancarlo Marino, altro docente, aiutano a capire meglio il ‘giocattolo’, smontando pezzo pezzo ogni costrutto narrativo. 

In quest’ultimo Perdita Di Tempo, Napoli è la scenografia perfetta per parlare di malaffare, di una malavita sempre più organizzata e in continua evoluzione. Non abbiamo più il camorrista vecchio stampo (di giacchetta), ma ci troviamo di fronte a criminali specializzati. Il suo Ignazio Settesoldi, personaggio principale di tutto il libro, è una mente maledettamente eccelsa. La splendida copertina di Mario Teodosio ci propone un uomo carismatico, dotato di furbizia e scaltrezza pari a quella di un leone. Ce lo presenta?

Certo, con piacere! Ignazio Settesoldi è un imprenditore napoletano che vive in Spagna da molti anni. È perfettamente inserito: il vicino perfetto che tutti vorremmo. Ma in realtà, come ha anticipato lei, Ignazio è un camorrista di nuova generazione, uno di quelli ben inseriti, uomo normale ma criminale incallito. Avrebbe potuto essere chiunque: un medico, un avvocato… uno scrittore! (risata) Ma ha scelto di essere un uomo di potere: il malaffare appaga in pieno tutte le sue istanze. Mario Teodosio è stato geniale: in quella copertina ha saputo cogliere l’essenza dell’intero libro. Chapeau, Mario! 

Mi tolga una curiosità. I cognomi che lei usa per i suoi interpreti non sono tipicamente napoletani. Questo mi ha fatto pensare che Napoli sia divenuta la “stazione centrale” dove convergono tutti coloro che vogliono delinquere, trovandovi terreno fertile per le loro losche attività…

Sì. Napoli è un crocevia di cultura, storia, ma anche di criminalità. Se il fenomeno della globalizzazione ha contagiato tutti gli aspetti del vivere, perché la criminalità dovrebbe fare eccezione? 

Tra cronaca e fantasia: come nasce Perdita di Tempo?

Nasce grazie a proficue e varie letture. Spaziando dalla cronaca, alla letteratura e passando dal cinema. Ignazio è un James Bond nero, un Dottor Jeckyl e Mr. Hyde in salsa partenopea. 

Quanto tempo ha impiegato per scriverlo?

Circa due anni. Nel progetto finale è confluita anche l’idea in nuce  di un altro lavoro. 

Una mia costatazione. Tra guardie e ladri, lei riesce ad imbrigliare abilmente i suoi attori che, talvolta, può capitare di fare il tifo per ’O Malamente. La mia domanda è: non sempre, però, le guardie ne escono a testa alta. Forse neanche questa è una domanda. Mi dica lei…

Io cerco di raccontare la realtà. E a volte, spiace dirlo, assistiamo ad eventi dove i ruoli sembrano capovolti. Per fortuna si tratta di eventi eccezionali. 

Parliamo di Nik Polverino. Una mezzacartuccia che in fondo può pure fare pietà…

Sì, Nik Polverino è un personaggio secondario, dotato di grande fascino. Fondamentalmente, è un vanesio, un affabulatore. E saranno proprio queste doti a condurlo alla tragedia. 

Mi consenta una divagazione. Aumentano le scrittrici di Gialli, Noir e Thriller di chiara fattura psicologica. Nota pure lei un’inversione di tendenza rispetto all’immaginario comune che vuole queste tematiche esclusivamente appannaggio della scrittura maschile?

Sono modi di percepire diversi… le Autrici portano, appunto, l’introspezione, una carica psicologica nella storia. Forse, noi maschietti ci affidiamo ancora all’azione, e ci identifichiamo con il cattivo. 

Parola d’ordine: “Le piacciono i neomelodici?”, chiede lo chauffeur. Contro parola d’ordine: “No! Preferisco le canzoni classiche”, la risposta di Ignazio Settesoldi. In questo caso sono d’accordo con lui. E lei?

Anch’io. Però resta che molti testi neomelodici catturino la realtà che ci circonda. Magari anche 100 anni fa ‘O Sole Mio poteva essere considerata una hit neomelodica. 

Sempre Ignazio pensa: “I figli crescono male senza un padre”. Tutti questi malavitosi non riflettono sui danni esistenziali che arrecano ai loro congiunti? Qual è il suo pensiero al riguardo?

La smania di potere, la voglia di emergere porta i malavitosi a trascurare la famiglia. Ma non accade anche ai manager, e agli uomini in carriera? 

I grandi boss, nonostante conducano una vita (talvolta) schifosa, spesso vengono stanati in tuguri sotterranei e sono costretti a nascondersi anche ai loro stessi famigliari, esercitano (ancora) un indubbio fascino sui piccoli delinquenti, grazie ai gioielli esibiti, le ville sfarzose ma pacchiane, le auto potenti e quant’altro, incutono timore e pretendono rispetto. Come mai, a suo avviso, questo status riesce, oggi sempre di più, a calamitare, arruolandoli nelle loro fila, una fitta schiera di manovalanza la quale, ben presto, finisce dietro le sbarre, se non sottoterra?

La spinta delinquenziale a cui assistiamo affonda le proprie radici nella mancanza di lavoro e tutele. Oggi, in certe zone, lo Stato è più che mai assente. Converrà con me che i clan offrono quelle chances che nessun altro dà ai giovani. 

Per non parlare delle donne dei boss. La stessa Regina, altro personaggio chiave del suo P. T., compagna italiana che, a differenza di Consuelo Nadar, moglie spagnola di Ignazio, ben conosce i suoi trascorsi e il suo presente, viene comunque attratta da quest’uomo. Qual è la prerogativa delle tante Regina, che sanno ma non parlano, sono disposte a seguire il marito pure all’inferno, e non esitano a gestire loro stesse le fila dei loschi affari miliardari quando questi finiscono in carcere?

Sono fenomeni di interdipendenza psicologica. A praticare lo zoppo, si impara a zoppicare. A vivere accanto a un camorrista, si diventa criminali. 

Noi meridionali, spesso e a torto, veniamo tacciati di essere gente omertosa che ha posizionato sul comodino le tre famigerate scimmiette. Penso, invece, che la realtà dei fatti sia del tutto diversa, e che se ci voltiamo dall’altra parte, e facciamo finta di non vedere, è solo per evitare guai peggiori dopo una denuncia. In altre parole: considerato che lo Stato non riesce a debellare la piaga della (micro e macro) delinquenza, si rischia, denunciando appunto, di finire molto presto in prognosi riservata. e per essere più concreto le dico che a quanti potrebbero bollarmi di omertà, io rispondo che la mia è solo legittima difesa. Lei che ne pensa a tal proposito?

Penso che denunciare sia paradossalmente un modo per diventare un ‘criminale’, nel senso che la propria vita viene talmente scombussolata che si è costretti a vivere rintanati, come accennava lei poco prima, a proposito dei boss latitanti. È una scelta difficile. Spero di non doverla mai fare. 

Torniamo al suo libro. Altro personaggio inquietante risulta essere Tony Cinque. Non è proprio quello che dovrebbe essere e rappresentare…

No, infatti. Tony è l’altra faccia della medaglia. Il sopruso, l’abuso, l’utilizzare i poteri concessi per il proprio tornaconto. Tony è un poliziotto-camorrista, un piccolo cancro per i tanti tutori dell’ordine che, invece, fanno il proprio dovere nel più assoluto anonimato. 

A pagina centodiciannove lei scrive, riferendosi a Gennaro Tilgher alias Re Leone: Anche l’animo più crudele è capace di teneri slanci. Quasi, o certamente, a voler sottolinearne la doppia personalità. Ma davvero un Killer, secondo lei, può essere capace di pietà?

L’animo umano è complesso. Ignazio non esiste, almeno spero! (risata) Certo anche Adolf Hitler in certi filmati d’epoca accarezza i propri cani con tenerezza…

Lassaad Azzabi e suo padre, seppur a caro prezzo ovviamente, riescono a non chinare la testa. Il pakistano è il simbolo di una ribellione che non trova seguaci purtroppo…

Forse provenendo da altri contesti, le due vittime sono meno pronte a inchinarsi al Sistema. 

Apro una parentesi sulla città di Partenope e le riporto una frase che mi ha molto colpito. Lei descrive il panorama mozzafiato unico al mondo con: “… Fumo negli occhi disillusi di Napoli, rassegnata capitale del ricordo”. Registrando la profonda amarezza le chiedo: si ritornerà mai agli antichi splendori di quando Napoli era la capitale della Cultura?

Assolutamente no. Napoli è una città difficile, piena di bellezze e di bruttezza. La vedo dura. 

Se posso oserei definirla una storia crepuscolare la sua. Ma andando oltre i (pochi) buoni e i (molti) cattivi ci sono due personaggi che mi hanno intenerito in particolar modo: Capo Bennato e suo figlio Sal. Un rapporto difficile, ancorato a vecchi rancori ma che riescono a trovare un consolante epilogo…

È la storia di tutti noi: chi non ha avuto problemi con il proprio padre? Ma quando il tempo ci cambia, e da buon vino ci trasformiamo in discreto aceto, capire i nostri genitori diventa molto semplice, e ovviamente tardivo. 

Crede che da Perdita Di Tempo si possa ricavare, grazie anche e soprattutto ai mille risvolti emotivi che fanno da colonna sonora, un gran bel film? Glielo chiedo perché io ci stavo pensando…

Sto già lavorando a questo progetto. Sto ultimando la sceneggiatura – una storia diversa, che però conserva gli stessi attori, e le loro caratteristiche. 

Concludendo. Vuole pubblicamente ringraziare qualcuno/a? Ha tutto lo spazio che vuole…

Ringrazio Aldo Putignano, e il Prof. Raffaele Messina, che mi hanno spronato e indicato il nastro di partenza; quanta strada riuscirò a percorrere, dipende solo dalle mie gambe. 

Il libro però, oltre ad alcuni di questi personaggi tirati in ballo, tratta anche di drammi interiori che, sovente, affliggono questi uomini spavaldi e spietati; così come non ne sono esenti diversi uomini di Legge, che vi trovate nel canovaccio, abilmente shakerato dalla sapiente mano dello scrittore. 

Tutto ciò per far comprendere, a quanti sono sulla soglia di una scelta vitale, che non sempre la strada della malavita è in discesa, tutt’altro; anche se dobbiamo pur ribadire, come lo stesso autore rimarca, che l’assenza dello Stato molto spesso se non sempre, non offre le giuste alternative che ogni uomo dovrebbe avere. 

Per questo, e per altro, vorrei rimarcare la figura del cocainomane Walter Brugo, spietato quasi come il cognato, in quanto fratello di Regina, Ignazio Settesoldi: per lui delinquere è un gioco.

E per non dire dello stesso Ignazio che, ad un certo punto, con tutta l’astuzia propria del suo essere il Re Leone, decide di invertire la rotta e di collaborare con la giustizia. 

Non posso neanche dimenticare una citazione, in prima battuta, di Georges Simenon che Al Gallo riporta come dichiarazione di intenti.

Ma leggetelo poiché di più non vi dico.

Concludo dicendo che questo libro di Al Gallo presenta un groviglio di sentimenti e stati d’animo che coinvolgono il lettore e, alla fine, lo spiazzano.

Il Commissario con la Pipa sarebbe d’accordo con me.

 

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