Uno degli eventi mondiali tra i più grandi di cui si sia mai sentito parlare: eventi di cui abbiamo conosciuto i dettagli dai libri di storia, tra quei banchi di scuola che ci stavano spesso stretti, senza mai apprezzare o quanto meno avere la reale misura del dolore, della privazione e della vita che quelle guerre, quelle epidemie, quelle dittature di turno avevano comportato alla gente del secolo

Eppure eccoci qui: surreale, ma vero; la storia si ripete, e l’uomo si ritrova per l’ennesima volta a combattere contro il suo stesso egoismo. Perché infondo è di questo che si tratta: un virus di diffusione mondiale che ha appena dimostrato come il denaro, la ricchezza, le cose di cui credevamo di avere realmente bisogno, quelle passeggiate che non abbiamo mai apprezzato, l’aria che ci sembrava così scontata… tutto si riduce ad un niente quando è la propria libertà ad essere messa in discussione; quando è l’abbraccio di un genitore, di un figlio, di un fratello o di un nipote a mancarci più dell’aperitivo domenicale al bar con perfetti sconosciuti.

È stato un attimo, un frangente infinitesimale e tutta la nostra vita è cambiata all’improvviso: chiuse le frontiere, chiuse le regioni, chiuse le scuole e le palestre; via le messe, i negozi, le attività di ristorazione. Decreti nazionali ed ordinanze regionali a ridurre drasticamente ogni possibilità di contatto tra la gente, mentre nel frattempo i più furbi hanno ritenuto che “la figata delle scuole chiuse” fosse l’occasione perfetta per una partita di calcetto; che infondo si stesse esagerando, che non fosse poi così grave come sembrava. Ma il Covid-19, o “coronavirus”, si è nutrito di questo egoismo, della non curanza di molti a danno di se stessi e tanti altri, restituendoci ogni cosa con gli interessi.  E là dove per i più il dilemma esistenziale fosse “correre o non correre”, “campionato si o campionato no”, “riunione in piazzetta o a casa dell’amico disponibile”, milioni di infermieri, medici e dipendenti di farmacie e supermercati si sono preparati a ricevere la più grande ondata di caos e panico che si sia mai registrata negli ultimi anni.

E nel frastuono dei tanti telegiornali e programmi televisivi che continuano a registrare numeri negativi per il nostro paese, e ancor di più per la nostra regione, c’è il tentativo di sentirsi vicini: flash-mob, inni nazionali, video ironici per stemperare il clima del momento; ma dopo tutto questo poi, rimane solo il silenzio: quello delle strade deserte, dei parchi che abbiamo sempre visto pieni, dei vicoli che ci hanno visto crescere e che ora, dalla propria finestra, sembrano così cupi, senza colore, vuoti come lo spirito di ognuno; c’è il sospiro di un infermiere, che alla fine di ogni giornata deve dimenticare gli insulti, la rabbia, la sofferenza, l’impazienza, per tornare dalla propria famiglia, prima di iniziare un nuovo turno; c’è il “tic-tac” dell’orologio di ogni singolo medico che lotta per trovare una soluzione; c’è la lacrima della cassiera di turno che, nella fretta di chi, ogni santo giorno, si accalca a munirsi di cibo – nemmeno fosse l’unico bene prezioso di cui si possa vivere, pensa al tempo che non può dedicare alla sua famiglia, in un momento in cui tutti vorremmo essere con chi più ci sta a cuore.

Quel che è sicuro è che ci sarà un momento in cui tutto questo sarà solo un brutto ricordo, di cui parleremo ad un nostro parente o amico dicendo “Ricordi quando…” e ci rideremo su, mentre nel frattempo, magari, ci siamo ripromessi di non commettere più gli stessi errori, di dare più importanza alle cose importanti e di apprezzare la vera libertà umana.

Ma l’uomo ha storicamente dimostrato di avere la memoria breve; ed il suo egoismo, invece, la coda lunga.

 

Martina Amodio

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