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LA VERGOGNA E LA BARZELLETTA

 «I bambini nati o adottati da un membro di una coppia omosessuale hanno diritto alla sicurezza di due genitori legalmente riconosciuti. Perciò, l’ “Accademia americana di pediatria” (“American Academy of Pediatrics”) supporta gli sforzi legislativi e legali per fornire la possibilità di adozione del bambino da parte del secondo genitore o co-genitore in queste famiglie».

Quello appena riportato è l’abstract di un articolo pubblicato nel 2002 sulla rivista Pediatrics dal “Comitato per gli aspetti psicosociali della salute del bambino e della famiglia”, comitato interno alla “American Academy of Pediatrics” sopra citata (devo lo spunto ad un articolo pubblicato da Tommaso Gazzarri su Il Fatto quotidiano del 25 febbraio di quest’anno). Mentre negli Stati Uniti, dunque, quattordici anni fa si sosteneva, su basi scientifiche, il pieno diritto del bambino con due genitori dello stesso sesso a vedersi e sentirsi totalmente equiparato, nelle proprie sicurezze, ad un bimbo inserito nel contesto di una famiglia “etero”, in Italia, oggi, nel 2016, si è stralciato dal DDL Cirinnà sulle unioni civili l’articolo 5, quello relativo alla cd. stepchild adoption. La normazione legislativa della materia è stata rinviata, prospettando la presentazione – in tempi brevi – di un nuovo disegno di legge: ciò forse accadrà, forse no, ma rimane il fatto che non si è avuto il coraggio di andare avanti lungo la strada della piena equiparazione delle coppie omosessuali a quelle eterosessuali. Ritengo che quanto fin qui esposto sia già ampiamente sufficiente a rendere l’idea della situazione pietosa che ancora affronta il percorso di maturazione di una piena coscienza civica nel nostro Paese; eppure, qualche considerazione ulteriore sull’intera vicenda va forse fatta.

In primo luogo, considero già inaccettabile di per sé il fatto che si parli di «unioni civili» e che tali legami debbano essere soggetti ad una azione normativa da parte del legislatore, chiamato a definirne i contorni, le caratteristiche e, soprattutto, i limiti (perché a molti stava a cuore chiarire per bene soprattutto questi ultimi, sia detto al netto di ogni ipocrisia): comprendo che a metà del secolo scorso la Costituzione possa essere stata scritta avendo in mente il solo modello cosiddetto tradizionale di famiglia, ma non riesco ad immaginare un solo motivo razionalmente, culturalmente, antropologicamente, filosoficamente valido per il quale non si potesse, semplicemente, far rientrare l’unione di due uomini o due donne nell’ambito di quello che per l’ordinamento giuridico italiano è il matrimonio. Lo Stato esonera forse i componenti di una coppia omosessuale da una sola delle tasse alle quali sono soggette le coppie eterosessuali? Una casa in cui abitassero Paolo e Giorgio, o Lidia e Michela, pagherebbe una Tares, una Tasi, o quel che diavolo è, inferiore a quella che grava sulla casa in cui viviamo io e mia moglie? Il componente una coppia omosex si vedrà esonerato dal pagamento del bollo auto? Perché, su quali abnormi basi di ingiustizia, ad una totale equipollenza di doveri non deve corrispondere, ciò che sarebbe – questo sì – davvero civile, assoluta identità di diritti?

Quella dell’adozione del figliastro, naturalmente, è la questione più spinosa; per lo meno, quella di cui più a lungo e diffusamente si è parlato. In sintesi, è giusto che il figlio – biologico o adottivo – di un componente una coppia omosessuale sia adottato dall’altro membro della famiglia (per quanto riguarda me, nessuno si sogni che parli di «unione»)? Come era ampiamente prevedibile, in Italia si è deciso di non decidere, rimandando la normazione sull’argomento ad altro tempo e passando la palla, nelle more, ai giudici, chiamati a valutare caso per caso. E però è proprio su questo terreno che la classe politica nazionale ha fatto sfoggio di tutta la sua impreparazione “filosofica” (si intenda l’aggettivo in senso lato, ovviamente), di tutta la sua pochezza umana, di tutta la sua insussistenza morale, di tutta la sua subordinazione culturale ai dettami religiosi di quello che è, a tutti gli effetti, uno Stato estero.

Si è sostenuto che un bimbo non possa crescere bene se privato dei due canonici riferimenti della madre e del padre; si è detto che i rispettivi apparati riproduttivi dell’uomo e della donna sono lì a ricordarci che due uomini, o due donne, un figlio non possono averlo; si è ricordato, con tono biblicamente profetico, con piglio irrimediabilmente fermo, che Dio creò Adamo ed Eva, non Adamo e Fausto; una volta ottenuto lo stralcio della norma si è esultato dicendo di aver posto un argine ad una rivoluzione contraria ai dettami della natura. Bene, anzi, male, malissimo.  Davvero un bambino crescerà male se non avrà una mamma ed un padre ma due padri, o due madri? Certo, il piccolo Samuele di Cogne aveva un padre: la sua sfortuna è stata quella di avere, purtroppo, anche una madre, la tristemente nota Annamaria Franzoni. Ancora, perché in Italia si consente l’adozione da parte di un single – sebbene nelle forme della cosiddetta adozione in casi particolari (legge 184/83) -, visto che anche in tale caso viene a mancare una delle due figure canoniche? Perché non si impone per legge al single che voglia adottare un bimbo, di sposarsi? Soprattutto, e veniamo alla questione più spinosa, per quale motivo si consente, a questo punto, l’adozione da parte di coppie sterili, se il parametro da seguire è il rispetto delle leggi di natura? Non è sempre la natura, quella che non dà la possibilità a due persone dello stesso sesso di procreare, a volere che una coppia etero, per qualsivoglia motivo, viva senza avere figli? Per quale ragione alla natura ci si deve conformare, o opporre, a giorni alterni? Se il diritto ad avere figli va parametrato in base a quanto statuisce la natura, una coppia sterile dovrebbe essere considerata, dal legislatore, alla stessa stregua di una coppia omosessuale, a mio parere. Con il presente ragionamento, spero sia chiaro, non si vuole sostenere che le copie etero debbano essere private del diritto di adottare bambini, quanto piuttosto sostenere, argomentando per assurdo, che non è ammissibile che ad una coppia omosessuale sia impedito di fare lo stesso.

Dopo le cose serie, o proprio mentre le si affronta, in Italia arrivano subito le barzellette: la storia del ddl Cirinnà e del maxi emendamento governativo che lo ha superato (cambiato? Stravolto?), non fa eccezione, purtroppo. Oltre alle norme in materia di stepchild adoption, infatti, dalla versione iniziale sono state fatte sparire anche quelle sul’obbligo di fedeltà: e qui siamo appunto, come si preannunciava, alle comiche finali. In sintesi, la legge dello Stato Italiano impone ad una coppia etero di essere legata e tenuta insieme da un rapporto di fedeltà, mentre agli omosessuali si dice di fare quello che va loro a genio: nessun obbligo, nessun bisogno di tradire nascostamente, ma piena libertà d’azione. Trovare una ratio dietro questa scelta legislativa è impresa oltremodo ardua: certo, si potrebbe pensare ad un banale, infantile, nevrotico dispettuccio, ad una puerile ritorsione opera di chi, pur costretto ad ingoiare il rospo di una legge troppo poco medievale ed oscurantista per i suoi gusti, ha voluto ancora una volta sottolineare che quello tra due omosessuali non è un vero matrimonio; eppure, la spiegazione va ricercata altrove, in un ragionamento, ed in una attitudine, una Stimmung, forse ancora più subdola e, perciò stesso, più vergognosa. Il tutto sembra più chiaro laddove si pensi che la nuova legge consente alle coppie omosessuali una sorta di separazione lampo, per ottenere la quale basta presentarsi al cospetto di un ufficiale di stato civile ed apporre un paio di firme: la sensazione di chi scrive è che anche nelle pieghe della legge si colga tutta l’insofferenza che un’Italia ancora troppo bigotta ed arretrata prova al cospetto di determinate questioni. Gli omosessuali vogliono unirsi attraverso legami che somiglino vagamente al matrimonio? Bene, lo facciano pure, ma si lasci loro la possibilità di tradirsi quanto e come gli pare – e si sa che il tradimento è un bell’incentivo a rompere un’unione: se magari si concede loro la possibilità di separarsi legalmente in un batter d’occhio, forse di queste coppie «contronatura» se ne vedranno sempre meno, e l’Italia degli Angelino Alfano potrà sentirsi tranquilla e serena. Il suo dramma, che poi purtroppo è quello di tutti noi, è che l’Italia degli Alfano sarà accomunata, nella tranquillità e nella serenità, all’Italia degli Scilipoti: certo, non sarà la prima volta né l’ultima, ma ricordarlo, a chi l’Italia la ama davvero, fa sempre un certo effetto. Effetto vomito, per la precisione.

Andrea Carpentieri

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