Quando Eliseo Verde, dell’Edicola Libreria Claudio di Giugliano, mi ha riferito che, seppur in forma anti Covid, sarebbero riprese le presentazioni di libri e gli incontri con l’autore, la notizia mi ha reso partecipe ed interessato. 

Si ripartiva, il 15 Luglio scorso, con Marco Onnembo e il suo La Prigione Di Carta; Sperling & Kupfer edizioni, quindi: garanzia allo stato puro.

Ho preso il volume e subito sono partito in quarta, di copertina ovviamente. 

Un professore appassionato e idealista in lotta per salvare la scrittura e i libri dall’oblio. Un romanzo distopico di grande attualità nell’era del digitale”.

Confesso che il mio primo pensiero, non conoscendo le “coordinate” di Marco Onnembo, è andato a Ray Bradbury. 

Rientrato a casa ho cominciato a leggere e sono entrato in una sorta di wormhole: in pratica sono stato catapultato in un’altra dimensione. Non ho avuto modo di far nient’altro che immergermi in questa distopia, non molto lontana dal realizzarsi.

Ma il previsto incontro, a causa dei suoi molteplici impegni, è stato rimandato. 

Grazie però a Edda Guerra siamo riusciti ad entrare in contatto con l’autore il quale, nonostante il pressante indaffaramento, ha trovato comunque il tempo per rispondere ad alcune mie domande. E di questo lo ringrazio vivamente.

Ma prima è doverosa una sua presentazione. 

Marco Onnembo nasce a Eboli ed è dirigente d’azienda. Dopo la laurea in Scienze Della Comunicazione e il Master in Giornalismo alla Luiss, si specializza in Marketing alla Wharton School di Filadelfia e alla Graduate School Of Business di Chicago. Ha collaborato con prestigiose testate quali: Affari & Finanza – Repubblica – Panorama – Economy – Radiocor –Il Sole 24 Ore. Ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità in gruppi quali: Finmeccanica, Guru, Ferrari, Telecom Italia. 

Giornalista di vaglia, esordisce, con La Prigione Di Carta, sulla “lunga distanza”.

Ma adesso andiamo a leggere ciò che ci ha detto.

Prima di iniziare il suo racconto lei riporta una frase della scrittrice Harper Lee, tratta da: Il Buio Oltre La Siepe. Una dichiarazione di intenti la sua?

È sicuramente un omaggio ma, in parte, anche una dichiarazione d’intenti. Malcom King e Atticus Finch hanno in comune l’amore per i diritti ed entrambi li difendono strenuamente: sono dei rivoluzionari all’interno della legge.

Il Buio oltre la siepe è uno dei libri più belli che abbia mai letto ed il protagonista è l’archetipo di tutti i difensori dei diritti civili: un bianco che difende un nero in un momento in cui gli afroamericani non avevano alcun diritto. Anche se la storia è diversa – e il protagonista del mio romanzo è un nero – volevo che in qualche modo gli somigliasse. 

La questione dei diritti non ha colore né età, non esiste un tempo buono e un tempo non buono per difendere un diritto.

Partiamo da un passaggio che merita una prima considerazione. Lei scrive: “Il pensiero di lasciare il futuro di tutti noi nelle mani di un’orda di postadolescenti come quelli di oggi mi regalava qualcosa in più di un velo di tristezza. Soprattutto pensando a mio figlio. Lui, lo avrei voluto diverso”. La famiglia, nella sua accezione, riesce ancora ad incidere sulla formazione di un giovane?

La famiglia riesce ad incidere sulla formazione di un giovane sempre meno, e questo accade già da tempo. È la scuola, l’ente deputato all’educazione dei ragazzi, oltre che alla formazione. Basti pensare che i genitori, per lavoro, stanno fuori per intere giornate. Sono i professori le persone che trascorrono più tempo con i ragazzi. La famiglia, inoltre, riesce ad incidere sempre meno sulla formazione dei ragazzi anche perché sulla scena sono arrivati altri agenti: c’è internet, c’è un tempo per la socialità – anche infradomestica – sempre minore, ci si chiude in sé stessi, c’è un individualismo di massa che tende a prevalere anche rispetto alla dimensione formativa della famiglia. Il modello della famiglia tradizionale, come la intendiamo noi, è qualcosa di aspirazionale. 

Parlando di Chicago, la Windy City, che lei ben conosce, dice: “Non ho mai capito se con quell’espressione si riferissero al clima glaciale oppure al fatto che a Chicago, a ogni elezione, vinceva sempre il partito che stava all’opposizione”. Una battuta o una costatazione? 

Entrambe le cose.

Sono gli stessi abitanti di Chicago che giocano molto con questa cosa: “Windy City” perché a Chicago tira sempre vento ed è un vento freddissimo quando arriva dal Canada. Una volta, ad aprile, mi trovavo lì, in una giornata di sole splendido senza una nuvola ma con un vento freddissimo, che portava la neve dal Canada: nevicava senza nuvole. Una cosa bellissima che solo in quella città succede. Windy City, certo, anche sul piano politico: è un gioco, una battuta. 

Ad una domanda di un allievo: “Ma quando due idee sono egualmente valide e le ragioni della coscienza collettiva si scontrano con le leggi democratiche, tutte con pari dignità… chi vince?”, il Professore risponde: “Il più forte mio caro, il più forte. La democrazia è la legge del più forte”. È amarezza oppure un dato di fatto?

È amarezza ed è un dato di fatto. Anche all’interno della Democrazia, in un contesto democratico regolato dalla legge vince il più forte. È sempre così. Questo, se vuole, al contrario ci imporrebbe per un fatto di coscienza civile di stare dalla parte degli altri!

Meglio bastian contrario che omologato”. Qual è il suo pensiero riguardo una massificazione, specie tra i giovani che, a mio avviso, ha radici lontane ed è stata pianificata proprio per condurci al non pensiero?

La massificazione, per definizione, rappresenta l’annullamento dell’individuo e della sua singolarità, oggi io ravviso un fenomeno addirittura diverso… un individualismo di massa. Siamo sì massificati ma se parlassimo con tutti i ragazzi, ad uno a uno scopriremmo che si sentono irripetibili ed unici, per qualche strano motivo non comprensibile. Quindi, c’è un tema legato alla massificazione, ma è un tema presente da decenni. Negli ultimi 15/20 anni si è acuito e con l’utilizzo dei Social è drammaticamente arrivato al culmine: ci si nasconde nella massa per evitare di mettersi in luce, per evitare di essere visti da vicino, ed allo stesso tempo i ragazzi hanno bisogno di esporre se stessi, più che di esprimere se stessi. A volte ho la sensazione che sia una generazione di ragazzi un po’ timorosi, che non ama competere, che ha paura del biasimo sociale, che ha paura di essere valutato e di essere valutata negativamente. È un ossimoro, perché da una parte c’è la massa dall’altra parte c’è un forte individualismo. È un ossimoro che ha una sua vitalità concettuale. 

Vicini nello spazio e nel tempo ma assolutamente lontani nelle relazioni. Divisi da spazi siderali di anaffettività. È lì che ho perfezionato la mia teoria della solitudine come male assoluto dei nostri tempi”. Dottor Onnembo: stiamo diventando tutti individui… individuali?

Siamo già individui “individuali”. Tutti i ragazzi con meno di 18 anni, lo sono già. Provi a chiedere anche solo ad uno di loro se ha mai citofonato a casa di un vicino, se è mai andato a casa di un amico senza prima inviare un messaggio. Siamo tutti “individui individuali”, per utilizzare la sua espressione. Ed è strano, c’è un’atomizzazione dell’individuo che però, al contempo, si confonde con la massa. Quindi, c’è un individualismo di massa, che è una cosa folle. E non oso immaginare quale sia la deriva. 

Più avanti scrive: “Nessuno è più disposto ad ascoltare nessuno”. Forse perché ognuno ha le sue ambascie e per la condivisione non c’è più spazio e/o tempo?

Nessuno è disponibile ad ascoltare gli altri. Sì, è vero, ognuno ha i propri problemi e le proprie ansie, ma anche nel momento in cui non ne abbiamo, comunque non siamo disposti a dare un pezzetto di noi agli altri che per me, invece, è proprio la definizione del vivere comune. 

In realtà, ciò che manca è l’empatia. E la capacità di considerare l’altro come essere vivente a sé stante piuttosto che nella dicotomia utile/disutile. Come le dicevo, siamo ormai entrati all’interno di un circolo vizioso in cui – per sopravvivenza – non possiamo fare altro che concentrarci su noi stessi. È un ritratto impietoso dei nostri giorni, ma è così. Di condivisione conosciamo solo quella che avviene sui Social, non siamo disposti a condividere nient’altro. Pensi al lockdown da coronavirus. Sembrava accaduto un piccolo miracolo, sembrava essersi ristabilito un senso di comunità e di sentire comune inedito. È bastato poco, però, e tutto ciò è sparito. Ognuno si è rifugiato nelle proprie preoccupazioni e nelle proprie paure. 

Gli “Stupidi Veloci”, tra non molto, prenderanno il controllo delle nostre menti?

Per definizione, gli stupidi non possono prendere il controllo di niente. Stupidi veloci o lenti che siano.

Jazz, Rock, Blues. Qual è la sua musica preferita?

La mia musica preferita è il pop. E il jazz, ma non quello di oggi, quello che è finito con John Coltrane, Charlie Parker. Tutto il resto sono delle sparute imitazioni. 

Secondo lei: Rock Is Dead?

No, non è morto il rock. Non mi piace il “modernismo”, in generale, considero l’aggettivo “moderno” portatore di cose che sono meno belle dal punto di vista qualitativo o meno pregne di significato rispetto a quelle meno moderne.

Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle ed il funambolico Keith Moon, insieme alle Pietre Rotolanti, veramente avevano il potere di donare “Una scorta di libertà?

Ma naturalmente. La musica di questa gente, oltre ad essere una “scorta di libertà” era un inno generazionale. Un modo per togliersi delle vesti storicizzate, antiche, polverose e per entrare in un’altra epoca. Tutto questo si è verificato, tutto insieme, negli anni ‘60. Un motivo ci deve essere stato. È come se fosse stato un appuntamento involontario con la storia e nella storia in cui tutte queste persone hanno manifestato qualcosa che non c’era prima e questo ha prodotto dei cambiamenti nella storia stessa, che poi hanno lasciato un tratto indelebile. Il problema è che lì c’è stato l’avvio di una rivoluzione e, al contempo, l’acme, il punto più alto di quel cambiamento che decennio dopo decennio si è sempre più addormentato. Vale quello che dicevo prima sulla musica e sulle cose moderne: sono meno interessanti.

Lei sa bene che tra Bay Area e Woodstock l’illusione dei figli dei fiori è durata poco più di un attimo. Una parentesi, come il tanto sbandierato ’68, che ha creato solo danni?

No no, non credo che abbiano creato solo danni, né il ‘68, né Woodstock, né Bay Area. Hanno dato il via ad un’altra epoca. Soprattutto il ‘68 ha dato vita al primo grande movimento di rivoluzione civile di cui sinceramente si sentiva bisogno. C’era bisogno di un cambiamento forte e radicale in alcune componenti della società di quegli anni. Quello, se vuole, è stato l’avvio della modernità, come la intendiamo oggi. 

Mi perdoni la divagazione pentagrammata, che comunque è colonna sonora del suo libro, e ritorniamo ad un’altra frase emblematica del suo splendido romanzo. “I tempi che viviamo fra cent’anni saranno rappresentati come un affresco impietoso e indimenticabile dell’età contemporanea, fatto di stupidità, di miseria morale, di inconsapevolezza profonda che gli afflati apocalittici di pochi, stanchi e inascoltati profeti di sventure –come me e te- non sono certo riusciti a riscattare. La tecnocrazia ha ucciso il pensiero”. Volendo nostradamizzare: davvero (o già lo è) sarà così?

Non c’è bisogno di fare vaticini: è già così. Basta vedere i ragazzi. Quanti ragazzi sotto i venti anni leggono i libri di carta? Pochissimi. Quanti adolescenti chiamano altri ragazzi per giocare a calcio invece di giocare con la Playstation? Quanti ragazzi sotto i venti anni sono impegnati in politica? Ecco, dia le risposte a queste domande. Siamo già in una fase in cui la “digitocrazia”, come la chiamo io nel libro, ha già preso il sopravvento. Se non ci sarà un movimento di resistenza civile, in senso assolutamente non ideologico, la vedo veramente male.

In un altro passaggio il Prof Malcom King descrive i suoi allievi come: “Killer mascherati da studenti”. La scuola, nella sua accezione, oggi, è carente nella formazione?

Generalizzare è difficile, certamente la scuola oggi ha una sfida importante da affrontare, quella di parlare a bambini e giovani nativi digitali, abituati alla ricerca ed alla fruizione di ogni tipo di informazione e contenuto istantanea. Ciò contrasta con un tipo di apprendimento “analogico” che rimane certamente importante. Bisogna trovare il giusto mix formativo.

Dottor Marco Onnembo, la frase finale di pag. 161, per chi ancora non ha avuto il piacere di leggere La Prigione Di Carta, e vale a dire: “La verità è nemica del bene”, mi ha fatto tornare in mente un enunciato ascoltato anni addietro in radio, che recitava: Esiste la mia verità, esiste la tua verità e esiste la Verità. Tra Quarto Potere e Social di ogni estrazione, mi sembra che per il Vero non ci sia più posto. Politicamente parlando: Come fare per credere ancora in qualcuno, in una ideologia?

Credo in un’ideologia che sia un momento di avanguardia, non di retroguardia. L’ideologia è la risposta da un lato alla stupidità, dall’altro a chi non ama la Verità. Noi dobbiamo credere fortemente in un’ideologia riformista, di cambiamenti, di diritto, che metta l’uomo al centro. Io non so politicamente come si chiama quest’ideologia, la mia ideologia è quella che difende l’Uomo, che vede l’Uomo al centro, che ritiene che l’Uomo sia il più grande agente di cambiamento, che si mette dalla parte dei più deboli e degli indifesi. Questa è la mia ideologia.

Mi consenta un ‘ultima domanda. Da pochi giorni è uscito: Sulla Scrittura, l’ultimo libro di Charles Bukowski. Il famigerato Henry Chinaski in una sua lettera del 1991 a John Martin gli scrive: “Ho vivido nel cervello il ricordo di quella volta ad Atlanta, quando stavo morendo di fame fuori di testa, ma probabilmente molto lucido, quando scrissi con il mozzicone di matita sui bordi bianchi dei giornali che i proprietari della baracca avevano piazzato come tappeto sul terreno nudo. Pazzo? Certo, ma un pazzo col cervello, mi piace pensare”. Tutta questa Overture per chiederle: qual è il filo conduttore che lega Marco Onnembo al Professor Malcom King, il personaggio calamitante di: La Prigione Di Carta, che mi ha inchiodato alla poltrona?

Il legame che mi lega a Malcom King è che Malcom è un personaggio aspirazionale: io vorrei essere Malcom King, ahimè non lo sono. In realtà quel personaggio è molto migliore di me. È un uomo laico, intelligente, che ama la cultura, il professore che tutti vorremmo, il nostro “Io” che tutti vorremmo, forse è questo che lega anche te. 

La Prigione Di Carta è una Highway 61 di emozioni, e un susseguirsi di riflessioni con le quali prima o poi (ma forse già da ora) tutti dovremmo fare i conti.

Da alcuni, troppi anni veniamo sommersi, sia in campo editoriale che in quello musicale, da prodotti derivativi: suoni clonati e disarmonici che hanno fatto la fortuna dei più furbi con la complicità dei più manipolabili; e di libri editi da Case Editrici che pensano prima a costruire il personaggio e poi, se avanza del tempo, vanno a vagliarne la qualità.

Poi, come d’incanto, ti imbatti in un libro, come questo di Marco Onnembo, in cui non manca di certo il ritmo, pacato ma incalzante; con una scrittura raffinata ma efficace che ti invita a pensare e ti (so)spinge alla lettura e che, con un finale commovente nonché striato di venature yellow, ti mette di fronte ad una domanda che, oggi, potrebbe sembrare paradossale ma che in un futuro non molto lontano, qualora dovesse verificarsi il timore manifestato nelle sue lezioni dall’accorato Prof King, relegherebbe nel dimenticatoio una penna, un foglio, un volume.

Mi sono allora chiesto anch’io come sarebbe il mondo (prettamente digitale) che non contemplerebbe (neanche) nei suoi ricordi siffatti strumenti. 

La risposta che mi sono dato è che ritorneremmo, senza dubbio, all’età della pietra: e queste pietre non rotoleranno di sicuro, ma saranno macigni che schiacceranno il nostro cuore nonché il nostro cervello.

Dirompente. Intrigante. Innovativo. Onnembo. 

Da leggere assolutamente!

 

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