Poi scopriamo che non è solo un tema di tempo: libri, amici, passeggiate, sport… erano tutti pezzi di noi che si combinavano insieme, e uno da solo sembra non reggersi più

 

Quest’anno il primo maggio assume un significato simbolico e particolare come le altre festività vissute in questo periodo.

La Festa dei Lavoratori di quest’anno, però, è probabilmente quella che più si fa sentire: sono oltre 23.4 milioni gli italiani che da quasi 2 mesi hanno dovuto interrompere la propria attività o, addirittura, chiuderne momentaneamente i battenti ma non per questo hanno deciso di perdere la speranza.

Questa festa fu istituita nel 1890 per ricordare tutte le lotte per i diritti dei lavoratori, originariamente nate per la riduzione della giornata lavorativa.

Negli ultimi 150 non c’è stato un giorno in cui le persone non abbiano combattuto per guadagnare terreno nel mondo lavorativo ma di chi è la festa oggi?

Di chi oggi un lavoro ce l’ha e non l’ha perso nemmeno per un secondo negli ultimi due mesi: continuando a prestare la propria opera ogni giorno, nonostante l’insostenibile dose di paura e incertezza e la probabile solitudine che l’ha ccompagnato, mentre si muove in un mondo che appare improvvisamente fermo.

Ma anche di quelli che hanno continuato ad avere un lavoro pur vedendolo cambiare all’improvviso e completamente: persone che sono riuscite a trovare dentro di sé la motivazione per continuare ad alzarsi la mattina, prendere posto alla scrivania, reinventare abitudini e modalità per essere produttive, ritrovarsi alla sera con gli occhi che bruciano per il troppo monitor, e intanto scoprire che non è vero che così si lavora di meno, forse anche più di prima se è possibile, ma senza ricaricarsi mai con quella vicinanza umana che fino al giorno prima ignoravano, dandola per scontata.

Ed è anche la festa di tutti i lavoratori e le lavoratrici che si sono ritrovati ad approfondire oltre ogni previsione il significato delle parole “work-life balance”: chi perché, avendo figli, ha trasformato la propria e la loro vita in un meccanismo a incastri (disponibilità di connessione internet, disponibilità di stanze, disponibilità di attenzione, disponibilità di pazienza, disponibilità di tutti, anche dei più piccoli, a resistere resistere resistere), chi perché, vivendo solo, è entrato in un’apnea sociale con l’unico palliativo di ore e ore di facebook e instagram di gruppo e una dose disumana di catene whatsapp dai video più improbabili, nell’impossibilità di trovare la concentrazione e la dose di quiete interiore necessarie per spegnere tutto e dedicarsi alla lettura, che pure dicevamo tanto tutti di volere, ah se avessi tempo quanti libri leggerei,

e poi scopriamo che non è solo un tema di tempo: libri, amici, passeggiate, sport… erano tutti pezzi di noi che si combinavano insieme, e uno da solo sembra non reggersi più.

E’ la festa di tutti coloro che si apprestano a “ritornare” lungo una scia di incertezze: chi per necessità e chi per spirito di servizio, tutti comunque piuttosto spaventati e guardinghi, perché le informazioni di questi mesi hanno coltivato molto di più la nostra capacità di avere paura che quella di sentirci capaci e autonomi, in grado di fare fronte anche a ciò che non conosciamo, nonostante sia questa la capacità che rende la nostra specie umana così unica.

Laura Barbato

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