Le dichiarazioni che hanno fatto avviare la maxi-inchiesta

 

Si chiama Hamza Lyamani il ragazzo 26enne marocchino torturato nella caserma degli orrori di Piacenza che, coraggiosamente, ha deciso di testimoniare contro l’organizzazione criminale formata dai 6 carabinieri piacentini.

Sono state proprio le sue dichiarazioni a dare il via alla maxi-inchiesta che ha visto indagare e arrestare i 6 militari dell’arma.

Il marocchino ha raccontato agli investigatori di aver conosciuto Montella, carabiniere di Brusciano operante nella caserma di Piacenza, nel 2010, quando faceva il preparatore atletico di una squadra di calcio dilettante, nella quale giocava.

Nel 2016 il giovane è stato arrestato per spaccio e dopo la convalida dell’arresto era stata applicata nei suoi confronti la misura dell’obbligo di firma alla caserma di via Caccialupo.

Fu in quel modo che rivide Montella, il quale gli propose di collaborare, dicendogli in modo esplicito che se avesse avuto qualche operazione cotto e mangiato, ossia senza svolgere indagini lunghe, una parte del denaro e dello stupefacente poteva essergli data quale compenso.

In particolare gli diceva che la sua parte, nel caso di informazione positiva, sarebbe stata pari al 10%.

Il 26enne ha raccontato che in un primo momento si sentiva al sicuro.

Voleva farla pagare agli spacciatori che l’avevano fatto arrestare e la collaborazione con dei carabinieri lo faceva sentire in una botte di ferro.

Tra il 2016 e il 2019 Hamza ha fornito a Montella informazioni riguardanti altri pusher ottenendo in cambio droga o contanti prelevati dall’arresto.

Quella vita però inizia a stargli stretta, ad un certo punto voleva smetterla, ha cominciato a ribellarsi e gli hanno spaccato il naso due volte, in caserma.

Lì in via Caccialupo c’era un via vai di gente come se fosse un negozio.

Un giorno gli dissero:“Se vai a dire ancora cose in giro o ti mettiamo la droga in tasca e vai in carcere o ti buttiamo nel Po in una valigia”. 

Laura Barbato

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