“Non tutti hanno la possibilità di pagarsi un tampone”

 

Federica Riccio, 24 anni, studentessa napoletana di economia e dipendente presso l’azienda paterna, è un’amica di Melitonline che ha deciso di raccontarci la sua esperienza.
Il tutto è partito dopo la lettura di un suo post su Facebook. Non ho potuto fare a meno di chiederle un’intervista a cuore aperto. Perchè quando si violano i diritti umani, è difficile restare sordi ad un grido d’aiuto e di dissenso.

Ma partiamo dal post di Federica.
“Oggi voglio raccontarvi una storia che direi di intitolare “L’ASL di Casoria ha la mamma tr***”.
Tutto ha inizio martedì 29 settembre, quando io e mio padre ci siamo sottoposti ad una semplice visita medica di controllo. Sabato mattina mi è arrivata una chiamata dall’ASL di Frattamaggiore informandomi sull’esito positivo del tampone a cui il nostro medico si era sottoposto il giorno prima e, di conseguenza, obbligando me e mio padre – ed ovviamente tutti i pazienti visitati durante quella settimana – ad una quarantena di due settimane (fin qui, tutto relativamente ok visto che il resto della mia famiglia poteva scendere e questa cosa continuo a non trovarla coerente); alla fine della chiamata l’operatore mi avvisa poi che saremmo stati ricontattati di lì a breve dall’ASL di Casoria per dirci con precisione cosa fare.
Premessa: mia madre insegna alle elementari, mio padre ha un’azienda i cui dipendenti sono anche miei colleghi, con i quali abbiamo avuto contatti per quattro giorni prima della chiamata, potete bene immaginare che è stato il panico e la prima cosa che mia madre ha fatto è stata prendersi un giorno di ferie (ovvero ieri).
Abbiamo provato ripetutamente a chiamare l’ASL: nessuna risposta; abbiamo provato ad avere informazioni dal nostro analista: il sierologico non è sicuro; abbiamo provato a chiamare il medico curante: il fine settimana è festa; la risposta a tutto ci è arrivata dal nostro responsabile della sicurezza che è riuscito a mettersi in contatto con un centro privato e a far fare i tamponi a tutti noi, nucleo familiare e dipendenti in presenza in ufficio, i cui esiti arrivati stamane sono tutti fortunatamente negativi.
Io ho fatto il test dopo due giorni, ho avuto la possibilità di pagare 70 euro un tampone che avrebbe dovuto farmi gratuitamente l’ASL, ah, sì, la stessa che NON HA NEMMENO ANCORA FATTO ALCUNA COMUNICAZIONE, NÉ A ME NÉ AL MIO MEDICO CURANTE. Siamo stati fortunati, ma se al posto nostro ci fosse stata una famiglia di operai che non possono permettersi di spendere 250 euro di tamponi? Se la famiglia in questione avesse anche lavorato a nero? Sarebbe stata obbligata a farsi due settimane di quarantena percependo metà dello stipendio? Costretti in casa tramite una telefonata, lasciati in balìa della preoccupazione di aver contagiato qualcuno e che quel qualcuno abbia anche rapporti con soggetti a rischio, di dover fermare l’attività lavorativa per più settimane, di essere additati come “untori”, quando l’unica da additare perché responsabile di questa disorganizzazione ed incompetenza, almeno nel mio caso, è l’ Asl Napoli 2 Nord.
Non è possibile fermare la vita di intere famiglie senza dare una motivazione oggettivamente valida, senza fare alcuna comunicazione, senza dare alcuna tutela. Non è concepibile un simile abbandono in uno Stato di diritto. Non è giustificabile la totale indifferenza della sanità pubblica. Sono stata privata della mia libertà per tre giorni (e aggiungerei fortunatamente solo tre) senza una comunicazione ufficiale da parte della mia Azienda Sanitaria Locale di riferimento.
Si scarica la responsabilità addosso al cittadino, 14 giorni di pseudo arresti domiciliari, forse ti chiamano, forse no, se presenti sintomi dopo un po’ forse ti fanno il tampone, forse ti dicono i risultati dopo 5 giorni, forse dopo tre settimane, forse te lo comunica direttamente il tuo medico curante, forse arrivi in ospedale con un polmone collassato.
Sono consapevole dell’emergenza sanitaria, dei casi in aumento, degli ospedali sotto pressione, ma ciò non può e non deve giustificare il totale abbandono del cittadino.
Io sono fortunata, ma la maggior parte dei miei concittadini non lo è, e posso garantire che non finirà tutto con solo un inutile post su Facebook”.

Federica è arrabbiata ed utilizza parole forti, stridenti, che fanno trasparire ciò che prova.
Noi di Melitonline la raggiungiamo telefonicamente per fare chiarezza sulla situazione.

N: Ciao Fede! Innanzitutto come stai?

F: Bene, fortunatamente bene. Sono risultata negativa al tampone e quindi ho ripreso la mia routine giornaliera, ma è ovvio che la rabbia derivante dagli avvenimenti dei giorni scorsi non è passata.

N: Vuoi raccontarci cos’è successo?

F: Certo.
Il 29 Settembre mi sottopongo ad una visita dermatologica di routine con mio padre. Premetto, prima di iniziare a raccontare la vicenda, che sia io che lui non abbiamo mai avuto sintomi riconducibili al Covid. Detto ciò, ci rechiamo presso lo studio medico del dermatologo che ci appare sin troppo scrupoloso: sia lui, sia tutto lo staff lì presente, indossavano mascherine ffp2 che non hanno mai tolto per tutta la durata della visita.

Inoltre tutte le norme anti-Covid, come l’igienizzazione e il distanziamento sociale, erano seguite pedissequamente da tutte le persone presenti.
Qualche giorno dopo la visita, vengo raggiunta telefonicamente da un operatore dell’ASL di Frattamaggiore che mi comunica che il dermatologo da cui io e mio padre siamo stati visitati è risultato positivo al Covid-19.

Ovviamente ti renderai conto del mio sconcerto: anzitutto perchè io abito a Casoria, quindi la mia ASL di competenza non è di certo quella di Frattamaggiore; poi sono rimasta allibita nell’apprendere che l’operatore invitava me e mio padre ad una quarantena preventiva, senza alcuna base. Io stessa ho fatto presente che, essendo passati diversi giorni da quella fantomatica visita, eravamo stati a contatto con molte altre persone tra cui mia madre ( che è un’insegnante), i miei fratelli, alcune mie amiche e soprattutto i dipendenti dell’azienda familiare. Il signore mi ha prontamente risposto che solo io e mio padre, essendo stati a diretto contatto col medico, dovevamo isolarci e mantenere il distanziamento dai miei familiari.
Allora io ho fatto nuovamente notare che, essendo noi all’oscuro fino a quel momento della positività del medico, avevamo condiviso la tavola, il letto e tanto altro con mamma e i miei fratelli, ma l’operatore mi ha continuato a dire che non importava e che in ogni caso della pratica doveva occuparsi l’ASL del mio territorio, ossia quella di Casoria.
Inutile dire che sono entrata nel panico e ho iniziato a chiamare l’ASL di Casoria, che per giorni è stata praticamente irreperibile.
Al contempo, abbiamo valutato di effettuare un sierologico che, però, non ci avrebbe dato l’assoluta certezza della nostra positività. Pertanto, abbiamo optato per un tampone presso un laboratorio privato che ci ha dato l’esito in 48 ore.
Per diversi giorni io e la mia famiglia ci siamo sentiti privati della nostra libertà, senza alcuna ragione, senza essere minimamente supportati dalle istituzioni regionali, nonostante le mie continue richieste di aiuto.
Io e mio padre abbiamo la possibilità economica di poterci rivolgere ad un laboratorio privato ed effettuare un tampone, ma chi non può, esattamente, cosa deve fare?
Qui non esiste disciplina e vengono violati diritti importanti come quello di assistenza sanitaria.
Sono veramente molto amareggiata, ma fortunatamente quest’incubo è terminato e sia io che mio padre siamo risultati negativi e siamo tornati alla nostra routine.

N: Grazie Fede per averci raccontato questa vicenda, le tue parole di denuncia sono davvero preziose.

cronavirus 2019

 

Nazarena Cortese

 

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