Intervista a Don Carmine:”La foresta che cresce, però, cresce”

Giunto a Melito il 1° ottobre e insediatosi il 1° novembre, Don Carmine è il nuovo parroco della Chiesa Santa Maria delle Grazie, successore di Don Italo, che ha accompagnato per molti anni i melitesi nel percorso spirituale. Insieme a Don Antonio, il Viceparroco, Don Carmine, già parroco di Pietrarsa, nutre in cuor suo moltissimi desideri per la Chiesa Santa Maria delle Grazie e li ha raccontati in un’intervista rilasciata alla nostra Redazione.

Intervista Don Carmine

Qual è la realtà che ha trovato a Melito? Era già a conoscenza della situazione particolare che c’è qui?

Ho da subito accolto l’indicazione chiara che l’Arcivescovo mi ha dato nominandomi parroco di questa comunità parrocchiale, Santa Maria delle Grazie, in quanto lui aveva urgenza di riorganizzare la pastorale in diocesi a partire dalle parrocchie. Quest’anno ha nominato una settantina di parroci nuovi, quindi ci sono stati una settantina di spostamenti e ciò albergava già nel suo cuore, nel suo pensiero, già da almeno un anno, quindi poco dopo essersi insediato nell’Arcidiocesi ha optato per questo cambio anche a Melito.

Per il nuovo Arcivescovo, Monsignor Battaglia, il cambio di parrocchia si rende necessario dopo i 9 anni canonici e il mio predecessore, Don Italo, è stato qui per 25 anni. Io non sono originario di Melito ma di Villaricca e sono stato parroco di Pietrarsa, verso la costa tra San Giovanni e Portici, e ciò che qui mi ha colpito molto è stato l’attaccamento radicale alla comunità ecclesiale, cosa che a Napoli, e in generale nella periferia, sta venendo un po’ a scemare da qualche decennio.

Qui, invece, noto questo desiderio di ritornare all’origine, di ritornare anche a ciò che è proprio di una comunità e, soprattutto, l’aspetto della fede, cosa che ho sottolineato anche nel giorno della festa di Santo Stefano, nostro patrono, il 26 dicembre alla presenza del Cardinale Sepe, che è l’Arcivescovo Emerito della nostra Chiesa locale. Ho notato questa radicalità, questo ritornare, anche attraverso l’esperienza della fede, alle nostre tradizioni e “tradizione” non significa “si è sempre fatto così, faremo così” ma, nel linguaggio anche ecclesiale e quindi biblico, significa “tramandare, consegnare ai posteri ciò che abbiamo ricevuto”, ovviamente orientandolo sempre alla luce del Vangelo.

A Melito c’è una realtà un po’ complicata, soprattutto tra i giovani, ha pensato o ha già attivato qualche progetto?

Arrivando qui il 1° ottobre, poi di fatto il 1° novembre insediatomi in parrocchia, ho avuto la grazia di essere preceduto in questo nella realtà giovanile da don Antonio Guida, il nostro Viceparroco nonché il mio primo alunno all’Università Teologica, che ha lavorato molto bene e tantissimo appena approdato a Melito, tra parentesi giovanissimo, avendo adesso 27 anni ma giunto a Melito a 26.

È arrivato qui a Melito fresco di ordinazione sacerdotale, il vescovo lo ha inviato con una specifica missione, quella di occuparsi dei giovani, dei ragazzi, degli adolescenti che qui hanno sete e hanno bisogno di essere coinvolti nella pastorale ma soprattutto nella crescita umana e cristiana.

La scorsa estate proprio don Antonio, dal nulla, è riuscito a creare un oratorio estivo con 700 partecipanti, tra educatori, ragazzi, preadolescenti e, addirittura, genitori che si sono rimboccati le maniche per preparare agli oratoriani le colazioni al mattino e ciò è stato un grande segno di speranza, di consolazione del territorio.

Il nostro desiderio, anche a partire da queste prime mosse, è anche quello di individuare e costituire un oratorio cittadino, che non vuole essere solo della Chiesa Madre ma che vuole coinvolgere anche l’altra parrocchia, la San Vincenzo Romano e, in futuro, come diceva il Vescovo, perché non orientarci magari ad una terza Parrocchia, poiché il territorio sta crescendo e Napoli si sta impastando con Melito.

Come sono i rapporti tra la sua e la Parrocchia “San Vincenzo Romano”?

Sono felicissimo di queste domande che non considero affatto provocazioni. Nelle intenzioni dell’Arcivescovo, così come dei suoi ausiliari, c’è sempre stato il desiderio di comunione, vale a dire perché la Chiesa è una, anche se si interfaccia in diverse realtà, e, soprattutto, è composta da più cellule ma le cellule a sé stanti possono anche impazzire ma esse insieme formano un corpo, un elemento.

Dunque, il rapporto con la parrocchia San Vincenzo Romano è un rapporto di osmosi, basti pensare che, arrivando qui il 1° novembre, ci siamo ritrovati a celebrare nell’ultima domenica di novembre già la prima domenica di Avvento, il nuovo anno liturgico, e abbiamo immediatamente pensato le cose insieme.

Abbiamo fatto una lectio cittadina, invitando un esperto, nonché psicologo, un vicario del clero psicologo, e abbiamo tenuto una Lectio di Avvento comunitaria quindi entrambe le Parrocchie, comunità parrocchiali, si sono riunite qui per vivere questo primo momento che poi ha, in qualche modo, contribuito a far vivere i due ritiri parrocchiali ognuno nelle proprie comunità e così sarà fatto in Quaresima, ma questa volta sarà la Chiesa Madre ad andare dalla Chiesa Sorella, dalla Chiesa Figlia, e lì si vivrà la lectio di Quaresima sempre con questo esperto.

Il desiderio di camminare insieme non è solo dal punto di vista spirituale ma in più aspetti come nell’aspetto giovanile, oratoriale, della carità perché adesso ci incontreremo per fare un percorso di formazione per la Caritas, quindi con le altre 16 parrocchie del territorio faremo un percorso di formazione e nella Chiesa Figlia si attiverà un centro di raccolta, mentre qui un centro d’ascolto e insieme vivremo quest’altra esperienza, dettata dalla collaborazione.

Le diaconie attualmente si pongono al servizio della Chiesa Madre, in quanto le attività sia di catechesi ma anche di gruppi di preghiera vengono in qualche modo vissuti per la maggioranza nelle diaconie di San Francesco, quella del Carmine Santa Maria del Carmine, l’Arciconfraternita in via Roma, invece, contribuisce ad accogliere i bambini del catechismo, i giovani dell’oratorio invernale, ragazzi delle scuole medie e superiori per vivere le attività con don Antonio.

Diciamo che questi tre punti, al di là della Chiesa Madre, insistono sul territorio e ci permettono di radunare i gruppi e accoglierli, così come nel Parco Prima Casa dove la domenica si tiene la celebrazione, presieduta da uno dei missionari della redenzione che si trovano di fronte nella Chiesa Regina Mundi: è il senso delle diaconie, cioè tenere insieme.

Nelle diaconie i gruppi si ritrovano a vivere l’esperienza della fede e si affacciano in Parrocchia la domenica o negli incontri di formazione comunitaria ma, affinché poi tutto questo non cada nel rischio di ulteriori frammentazioni, non possiamo permettere che all’interno di una parrocchia poi ci siano delle divisioni, quindi il senso dello stare insieme vuole dire questo, appartenere alla stessa realtà.

I giovani della parrocchia come hanno preso il cambio di parroco?

Io mi sono sentito subito a casa perché, forse essendo un po’ più giovane rispetto al mio predecessore, i giovani si sono approcciati a me in maniera diversa perché hanno favorito anche il mio insediarmi con gradualità: io ricordo tutti i nomi e tutte le persone, inquadro anche dove si siedono a messa, insomma, mi risulta facile ricordarli e, forse, anche per un semplice ragazzo, adolescente o per una persona anziana, per una coppia, avere qualcuno che si ricordi del proprio nome favorisce questa dimensione dell’accoglienza che credo sia il primo elemento caratterizzante di una comunità o di un membro di una comunità parrocchiale, sentirsi a casa, essere accolto o accogliere gli altri credo che sia la nota caratterizzante perché diversamente rischiamo di essere setta.

Sappiamo del progetto “Adotta una chiesa”, come funziona?

Questo desiderio l’ho portato nel cuore dal primo istante che ho messo piede in chiesa. Mi spiego, io pur essendo di Villaricca non ci ero mai entrato, l’ho sempre vista dal corso, di passaggio, come un gioiello architettonico del ‘700 che l’anno prossimo compirà 250 anni. Questa chiesa è chiamata “Chiesa Nuova”, perché sorge sul terreno della Chiesa Antica del IX secolo, dedicata al proto-martire, quindi al culto del Santo del proto-martire e diacono Stefano qui a Melito, e ha il suo fondamento nel primo Millennio e questo aspetto lo dobbiamo recuperare, sia dal punto di vista spirituale che culturale.

Anche a Pietrarsa mi sono occupato della ristrutturazione, quindi mi porto dietro la “piaga” di mettere ordine e sistemare anche dal punto di vista architettonico gli edifici di culto, che è anche una mia passione legata all’insegnamento. Questa realtà mi sembrava la realtà più partecipativa ed è uno schema che ho adottato anche nella precedente parrocchia e ho notato che anche nelle altre questo esiste ed è condiviso.

Per quanto riguarda il progetto, abbiamo immaginato una scheda quinquennale che si chiama “Adotta la parrocchia” su cui ognuno, in piena libertà, consapevole dell’atto che sta compiendo, cioè quello di trasmettere ciò che a sua volta ha ricevuto, il dono della struttura, dell’opera d’arte, e consegnarla ai posteri, continuando una tradizione. Per questo 250enario poteva essere utile che ognuno con la propria goccia contribuisse all’opera di ristrutturazione: abbiamo cominciato ancor prima di proporre il progetto la notte di Natale, poiché il Vescovo mi ha indirizzato, consegnandomi ad una ditta che si occupa di ristrutturazioni di chiese e conventi, e con essa abbiamo iniziato a sanare le cose più necessarie, come le infiltrazioni d’acqua, la sostituzione dei vetri, la ristrutturazione dei finestroni i nostri 11 finestroni; interverremo anche nel cupolino perché ci sono altri 8 finestroni con pochi vetri.

La prima cosa che abbiamo salutato sono i piccioni che minacciavano anche l’opera, al di là dei capelli di qualche ragazza, di qualche donna, di qualche uomo, che venivano in qualche modo spruzzati da escrementi, e anche spose. Quando sono arrivato, insieme ad una squadra di volontari e con 8 camion diversificati per la raccolta differenziata abbiamo fatto in modo che l’aula liturgica riprendesse la sua dimensione e la sua funzione.

Con questa scheda libera mensilmente si dà quello che si può, quello che si vuole, perché le istituzioni ecclesiali economicamente non possono contribuire alla ristrutturazione perché la nostra parrocchia è un ente a sé stante, non è di proprietà della diocesi, ma di proprietà dell’ente parrocchia e il parroco è il legale rappresentante, quindi gode di personalità giuridica, come tutte le parrocchie della diocesi, tutte le parrocchie del mondo o almeno quelle in Italia funzionano così: non essendo di proprietà dell’ente diocesi, l’ente proprietario si autotassa per l’ordinaria manutenzione ma qui l’ordinaria manutenzione è venuta meno per diversi decenni, quindi è diventata straordinaria, un po’ come la città. È altrettanto vero che ci sono dei fondi anche a livello di CEI, ai quali si può attingere per dei progetti, delle pratiche che saranno sistemate e organizzate di qui a poco.

È già arrivato l’ingegnere di cui condivido la missione a livello diocesano: a livello d’ufficio ha iniziato a imbastire la pratica, in quanto è venuto con le attrezzature speciali, con i droni, a fare l’indagine ad ampio raggio ovunque e arriverà dopo l’Epifania anche ad indagare ciò che è rimasto fuori, come il campanile e la cripta.

Il ricavato dei benefattori e i fondi della CEI confluiranno per la restaurazione e noi rendiconteremo tutto, perché il primo elemento penso sia la chiarezza: si affiggerà tutto in bacheca così che tutta la città e soprattutto i donatori siano al corrente di ciò che si fa e ciò che si può fare.

Dobbiamo favorire non solo la conoscenza e la condivisione ma soprattutto il bello e il bene che abbiamo, perché non può emergere soltanto il male perché il male fa più rumore, il bene non fa rumore, perché la foresta che cresce nessuno la nota, notano solo gli alberi che crescono ma la foresta che cresce, però, cresce.

Questa Chiesa è un monumento della città, il fiore all’occhiello della città, e non può cadere, indipendentemente dal credo, qualsiasi uomo e donna di buona volontà che si vede un gioiello del genere cadere penserà che si tratti di sconfitta, per la persona in sé e anche per il legame alla città.

Per aderire al progetto ci si può recare in parrocchia, precisamente in segreteria, dove c’è un’equipe di segretari, coordinati dal diacono Vincenzo Corrado, dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20.

In segreteria sarà data una scheda e avverrà la registrazione, così che nella contabilità mensile si conosceranno le entrate. Insieme alla scheda sarà consegnato anche il codice Iban, nel caso qualcuno volesse donare indipendentemente dalla scheda o farlo online da casa. La segreteria, inoltre, è stata munita di numero telefonico parrocchiale che è 0812359882, di rete Wi – Fi, di stampante laser e un PC in modo da viaggiare con i tempi perché la fede va trasmessa anche attraverso la comunicazione. Abbiamo anche una pagina Facebook “Parrocchia Santa Maria delle Grazie Melito di Napoli” aggiornatissima giorno per giorno con tutte le attività dei giovani con il viceparroco e un canale Whatsapp.

Sappiamo che vorrebbe riaprire le catacombe sottostanti la Chiesa. Quando saranno riaperte più o meno? Ci sono già dei tempi? Saranno gratuite e accessibili a tutti?

Nei lavori di ristrutturazione, se decollerà il progetto di ristrutturazione integrale della Chiesa, la prima cosa che faremo con l’ingegnere sarà un saggio per capire un attimino come stanno le cose sotto per poi sistemare le cose sopra.

Sotto la chiesa c’è una cripta, è come se fosse la basilica inferiore, ci sono ancora dei resti che bisogna capire dove vanno collocati, se vanno custoditi qui, se vanno portati al cimitero con i dovuti permessi, sia dal punto di vista civile, dal punto di vista ecclesiale e canonico. Il mio desiderio è quello di renderla visitabile sempre con un ingresso e con un’uscita: già c’è un ingresso, un accesso da una botola ma ci sono tante botole che potrebbero anche essere visibili dall’alto con un pavimento di vetro blindato, con un sistema anche di luce e di areazione sotto.

Potrebbe essere visitabile alcuni giorni a settimana ma anche utile per poter celebrare dei momenti particolari della vita della città, per delle visite guidate in diversi giorni a settimana, per momenti di culto come la novena dei defunti, il ricordo annuale dei caduti, un momento di veglia per la solennità di Santo Stefano, per la festa patronale di ottobre, magari recuperare questa dimensione di “culto primitivo”.

Sarà gratuito o potrà esserci un’offerta ai fini della manutenzione. Il mio desiderio è scendere quanto prima.

Una leggenda narra che dopo un lungo periodo di siccità, quando poi arrivò la pioggia si posò sulla mano del Santo una bellissima farfalla e i devoti decisero di fare una colletta per far sì che sulla statua, precisamente sulla mano del Santo, vi fosse una farfalla. La farfalla fu creata ma dopo la restaurazione è “scomparsa”. Farà qualcosa anche per questo?

La canonica adesso è dirottata praticamente ma c’è un angolo in cui ci sono dei libri, appena vi si potrà accedere vaglierò pagina per pagina libri e registri per verificare. Questi libri saranno ovviamente conservati e un mio desiderio è quello di costruire un santuario con un angolo dove i libri saranno esposti. In ogni caso se la storia della farfalla dovesse essere vera, conceremo il Santo sicuramente per la festa e non per le feste.

Commenti

commenti