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Bruno Stanislao e Il Caso Anita Lubrano

La prima persona che mi è venuta in mente, leggendo questo libro di Bruno Stanislao, è stata: Helena Blavatsky. Che centra lei con Il Caso Anita Lubrano? Lo scopriremo in seguito.         

Ancora una volta l’autore mi ha chiesto di presentare il suo libro: l’incombenza mi ha lusingato ed affascinato allo stesso tempo. L’attrazione mi è venuta in quanto già con il suo esordio B. S. ha dato prova di una scrittura elegante ma mai fine a stessa; il fascino è stato consequenziale dopo aver letto e ben ponderato la tematica trattata.

Ma il racconto, incatalogabile e fuori dagli schemi consueti, oltre il tema principale tratta, seppur sfiorate, pure altre questioni, dalle quali nessuno può sentirsi escluso.

Si può scorgere, andando avanti nella narrazione, come l’autore tocchi il problema della, a volte, malasanità; la mancanza di una legge conformante; il potere, seducente e divulgativo della Televisione; e, specialmente, della disinformazione o poca conoscenza di alcune realtà, le quali, potrebbero, anzi sono pronte, ad aiutare le persone che hanno bisogno di assistenza, in ogni sua accezione.

Questo libro, strutturato come Romanzo ma quasi un decalogo, si pregia del pensiero di Mina Welby, Co/Presidente della Associazione Luca Coscioni e moglie di Piergiorgio: scrittore, poeta, pittore e molto altro, la cui vicenda è stata per diverso tempo punto di domanda per Scienziati, Filosofi, Religiosi, Umanisti ed altri rappresentanti dello (pseudo) scibile, che si è battuto ed impegnato per il riconoscimento del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico ed il diritto all’eutanasia, in Italia ma non solo. Non a caso la sua condizione ultima è stata fatta oggetto di numerose disamini un poco dappertutto.

Mi piace riportare una sua frase, che riconduce al libro, ripresa in Rete: “Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. […] Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”.Ed è propriamente la condizione umana di chi vegeta ed è costretto ad una dimensione terrena che vita non è, intesa secondo canoni prestabiliti non si sa bene da chi e per mezzo di quali logiche, il Leit Motiv de: Il Caso Anita Lubrano.

Bruno Stanislao parte da lontano per introdurre la storia corporea di Anita, la quale, nel pieno della sua giovane esistenza, resta vittima di un incidente banale, rivelatosi poi fatale. Le concause che portano al “fermo immagine” della sua esistenza terrena sono molteplici e non del tutto inevitabili.

La giovane ragazza è figlia, e qui sta il climax dell’autore, di un noto e stimatissimo Medico che, pur essendo capace di salvare vite umane, è chiamato ad un confronto che ha, fin da subito, tutto il sapore della resa. Ha salvato tanta gente estranea ma nulla può per far ritornare l’amata figlia alla vitalità di poco tempo addietro. Una sconfitta, questa, che lo porterà a morte prematura.

Ma colei che si erge a “manifesto” di una condizione indefinibile, inspiegabile ed inaccettabile è la mamma. Una donna che pur di sviscerare e portare a conoscenza di quanti stanno vivendo la sua stessa (passata) condizione esistenziale e pur di rendersi utile per apportare le sue conoscenze e trovare, insieme ad altre figure professionali presento in studio, una risposta ai tanti dubbi che le hanno lacerato l’esistenza, non esita a rivangare il suo tormento accettando, anni dopo la tragica fine di Anita dovuta ad un suo atto estremo, l’invito a parlarne in una seguitissima trasmissione televisiva.

Quasi tutti e tutte, attaccandola con argomentazioni sofistiche ma sempre soggettive ed avvalendosi dei loro studi inglobanti e poco rispondenti alle richieste di chi soffre(unitamente ai familiari che con costoro vivono e soprattutto devono fare i conti con le tangibili problematiche concernenti uno stato vegetativo), la condannano per il suo gesto.

Ma la protagonista assoluta di queste schermaglie verbali, ripudiando la sua laurea in Filosofia, nella (e con la) quale non ha trovato le risposte al suo perché; così come non avendo ricevuto il giusto e doveroso conforto dai rappresentanti della Chiesa Cattolica, ribatte gli assalti assiomatici, sia di spada che di fioretto, e li rispedisce ad ogni mittente, giustificando ciò che ha posto in essere ed assolvendosi in qualità di mamma e, soprattutto, come Persona.

Questo per dire come il “secondo tempo” de: Il Caso Anita Lubrano, libro che si srotola come un intrigante papiro egiziano, divenendo dinamico e a tratti tambureggiante, ci chiama a riflettere; a trovare risposte in ognuno di noi, giacché le risoluzioni saranno soggettive, diverse, e mai nessuna quelle giuste.

Non svelerò nient’altro, per non togliere al lettore il piacere ed il gusto della lettura, che nel suo sintomatico finale chiarisce l’ottica con cui questa donna, anche per la sua conformazione familiare, ha affrontato e a modo suo dato una risposta ad una domanda, alla quale non sempre si può rispondere.

Con questa sua seconda pubblicazione, che propone una evocativa immagine di copertina ad opera di Sebastiano Topo, e dopo le GoodVibrations de Il Male Per Il Bene, suo primo lavoro che ha ricevuto consensi unanimi dalla critica e dai lettori e che ha raggranellato premi in diverse parti di Italia, Bruno Stanislao (bruno.stanislao@libero.it) si riconferma scrittore sopraffine, atipico e… interrogante!

Concludo, per darvi una percettibile chiave di comprensione, riconducendomi all’altra donna, con la quale ho iniziato l’ouverture per questo splendido ed illuminante libro, e cioè: Helena Petrovna Blavatsky. Il suo scopo ed il motivo per cui ha fondato la Società Teosofica era, e resta, l’utopia di rendere scientifica la Religione e religiosa la Scienza, affinché il dogmatismo dell’una e dell’altra potesse scomparire e/o, magari, fondersi.

filippodinardo@libero.it

Il Caso Anita Lubrano copertina

 

 

 

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