Patricelli, Caiazza e Pagano avrebbero imposto denaro e puntato a un’Audi RS3. Aggressioni in piazza davanti al Comune. Decisiva la collaborazione degli imprenditori


 

Un sistema estorsivo fondato su intimidazioni, violenze e legami con storici clan dell’area nord di Napoli. È quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, che ha portato all’arresto di tre persone accusate di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di due imprenditori edili.

L’inchiesta, condotta dai Carabinieri della Compagnia di Casoria, ricostruisce mesi di pressioni iniziate nei primi mesi del 2026. Al centro della vicenda ci sarebbe Elpidio Patricelli, 35 anni, conosciuto come “‘o gemello”, genero del boss Ernesto Ferone e già indicato dagli investigatori come possibile “specchiettista” nell’omicidio del ras Ciro Casone.

Secondo gli atti, Patricelli si sarebbe presentato più volte nel cantiere dei due imprenditori chiedendo denaro “per le famiglie dei detenuti” legati ai clan locali. Una richiesta che, col passare delle settimane, si sarebbe trasformata in una pretesa estorsiva vera e propria.

Di fronte al rifiuto delle vittime, gli indagati avrebbero puntato a impossessarsi di un’Audi RS3, ritenuta simbolo di prestigio e potere criminale. L’auto sarebbe diventata l’oggetto della pressione mafiosa.

Le indagini descrivono un episodio chiave avvenuto a marzo: durante un incontro, Patricelli avrebbe effettuato una videochiamata con Lino Caiazza, figura ritenuta di riferimento per il territorio di Melito. Attraverso il telefono, Caiazza avrebbe ordinato la consegna immediata delle chiavi dell’auto, mostrando — secondo gli inquirenti — il coordinamento tra gruppi criminali di Melito e Casavatore.

La situazione sarebbe poi degenerata il 28 aprile, in pieno centro a Casavatore, in Piazza Gaspare di Nocera, davanti al Comune e sotto le telecamere. Qui sarebbe entrato in scena Vincenzo Pagano, “‘Sce Sce’”, fratello di Cesare Pagano, tra i fondatori del clan Amato‑Pagano. Pagano avrebbe affrontato pubblicamente i due imprenditori, intimando la consegna dell’auto e passando — dopo l’ennesimo rifiuto — a schiaffi, sputi e minacce davanti ai passanti.

Il giorno successivo, convocati dai Carabinieri, i due imprenditori hanno deciso di collaborare, fornendo un quadro dettagliato delle intimidazioni. Decisivi anche i filmati delle telecamere comunali, che avrebbero documentato le aggressioni.

Nonostante l’indagine fosse già in corso, le minacce sarebbero proseguite: il 4 maggio, Pagano avrebbe nuovamente intercettato le vittime nei pressi del cantiere, lanciando ulteriori intimidazioni.

Le risultanze investigative hanno portato all’emissione delle misure cautelari in carcere per i principali indagati. Per la DDA, l’inchiesta conferma l’esistenza di un asse criminale tra Casavatore e Melito, impegnato a imporre il proprio controllo economico sul territorio attraverso il metodo mafioso e la pressione estorsiva.

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