Recita, più o meno, un antichissimo proverbio cinese: esiste la mia verità, esiste la tua verità, ed esiste La Verità.

Talvolta, la verità assoluta è soggetta a varie interpretazioni e soggettivi ricordi; soprattutto quando questi, i fatti, si sono svolti molti decenni addietro. 

I fatti a cui si riferisce Emmanuele Coppola riguardano la fucilazione (ma non solo) di tredici nostri concittadini avvenuta il 30 Settembre 1943.

Sappiamo inoltre, come decantavano i nostri antenati, che Verba Volant, Scripta Manent. Molto spesso, però, chiamiamo in causa i detti e proverbi antichi che sono soltanto delle citazioni di quanto raccomandavano e predicavano i saggi. Ed in questo caso non troviamo niente di scritto ma ci avvaloriamo, e ci fidiamo, di ciò che viene riportato a voce.

Ma per poter scrivere la Storia, come nella fattispecie del libro del Dott. Emmanuele Coppola: “Giugliano. Chiusa ed archiviata la Questione del ‘43”, bisogna, in onore della Verità, non solo basarsi su quanto riportato da pseudo fonti dell’ultim’ora, ma su ciò che ricorda chi, in quel determinato momento storico, era presente.

Aggiungo, e senza tema di smentita, che in quanto a “Storicità Locale” il Dott. Emmanuele Coppola, non ha certo bisogno di Insegnanti. 

Per coloro che non sono nativi GialloBlu riporto una sua (quasi) esauriente Biografia.

Giornalista da tempo immemore; Presidente dell’Ufficio Di Ricerca Storica. Direttore per trentacinque anni della Biblioteca Comunale. Nel 1985 pubblica: “Giambattista Basile nacque a Giugliano nel 1566”. Negli anni a seguire abbiamo: “Giugliano anni ’50. Un viaggio nella memoria di luoghi e tradizioni di strada”. Ed inoltre: “Civiltà contadina a Giugliano. Memoria storica di una vocazione tradita”; e a seguire: “La storia di Giugliano raccontata in filastrocche”. Ed altri volumi che troverete riportati in quarta di copertina.

Comunque, dopo aver letto la sua ultima pubblicazione, in merito ai fatti accaduti tra l’8 Settembre e il 5 Ottobre del 1943, ho sentito l’urgenza di “interrogarlo”.

Ecco, di seguito ed in maniera non certo esaustiva riguardo alle domande, quanto ci ha detto l’autore.  

La nascita di svariati Blog, da parte di chi li gestisce e degli iscritti unitamente ai commentatori, offre a tutti la possibilità di esternare. In questo modo, però, si corre il rischio che la disinformazione sostituisca o travisi del tutto la realtà dei fatti; specialmente quelli che richiedono approfondimenti e precise ricerche. Dottor Coppola: che ne pensa a riguardo?

In sostanza, lei ha già dato una risposta, là dove, rilevando che sui Blog si offre a tutti la possibilità di esprimersi (io dico, di parlare), si può facilmente scivolare nel qualunquismo mediatico. Non a caso, introducendomi a trattare la cosiddetta ‘‘Questione del ‘43’’, ho voluto porre l’attenzione sulla deriva del protagonismo mediatico.

Questo suo ennesimo Libro/Testimonianza, appendice di “Testimonianze ed eventi a Giugliano dall’8 Settembre al 5 Ottobre 1943”, ha quindi origini lontane e scaturisce dal suo confronto/scontro con il compianto ed indimenticato Dott. Vincenzo Faiello. Quali sono i punti cruciali a cui Vincenzo si aggrappa per contrastare la sua accurata e minuziosa ricerca?

Mi piace che lei abbia rilevato che, tra me ed il mio compianto amico Vincenzo si articolò, circa cinque anni fa, un veloce confronto/scontro, come una vampata dialettica, che durò soltanto quindici giorni. Egli aveva un’altra diversa finalità, che io continuo a considerare ‘‘accademica’’ quando altri ancora cercano di riesumarla, ovvero la legittimità della rappresaglia, per il soldato ucciso (io dico, assassinato), come azione di guerra. Gli spunti di una presunta diversa verità storica, rispetto a quanto io avevo documentato nel libro del 1993, erano solo frutto di una imprudente esposizione a favore di qualche testimonianza soggettiva ed anacronistica, che altri avrebbero cavalcato.

Mi consenta una domanda che potrebbe sembrare banale: ma perché si arrivò a questa fucilazione? Glielo chiedo giacché mio padre, con la sua offuscata memoria, ricorda e dice che il giovane tedesco fu assalito ed ucciso per poi essere derubato di ciò che trasportava; aggiunge, inoltre, che gli fu sfilato l’anello al dito insieme alle scarpe. Poi afferma che, tempo addietro, venne affisso un manifesto/avviso che avvertiva che qualora si fosse verificato un attentato ad un loro commilitone ci sarebbe stata una ritorsione umana. In pratica: per ogni tedesco ucciso avrebbero giustiziato dieci civili. Quanto c’è di vero in queste rimembranze paterne?

Non voglio scendere a contestare qualche reminiscenza del suo anziano genitore. Ma, in sostanza, i fatti si svolsero in quel modo e per quelle ignobili motivazioni. I particolari dell’anello e delle scarpe appartengono ad una ricostruzione scenografica della vox populi. Il giovane soldato altoatesino fu aggredito da un manipolo di sfaccendati e facinorosi per umiliarlo, e poi depredarlo, trovandosi a passare da solo in piazza Trivio. L’indomani, il 30 settembre, si consumò una veloce e indiscriminata rappresaglia contro la popolazione inerme, perché gli occupanti nazisti dovevano sfogare la loro vendetta come momento di superiorità belligerante. La questione del manifesto, con la regola del ‘‘dieci contro uno’’, rimane controversa, senza un effettivo riscontro storico, in quanto il comandante tedesco del fronte sud non aveva mai previsto misure di rappresaglie.

“Giugliano. Chiusa ed archiviata la Questione del ‘43”. Un titolo perentorio che, quasi, non ammette repliche…

Ho scelto quel titolo proprio per significare che, finalmente, quegli eventi sono stati documentati e storicizzati, quando c’erano ancora i testimoni viventi, e perché bisogna smetterla di continuare ad arrampicarsi sui frasconi per scrutare l’arrivo di altre barche all’orizzonte. 

Scrive di altri sette civili fucilati in altri luoghi: dove, per l’esattezza?

Avevo recuperato la memoria di queste altre vittime già nel 1983. Antonio Palumbo e Natale D’Alterio, di 20 e 55 anni, furono uccisi mentre si trovavano al lavoro nei campi, in Via Colonne; Giuseppe Morlando, 54 anni, fu colpito da un cecchino in Via Montesion, stando esposto sul terrazzo di casa; Vincenzo Sansone, 39 anni, fucilato davanti casa, in Via Cataste; Giovanni Bovenzi, 42 anni, fucilato in località Ponte di Varcaturo (insieme con altri ignoti); Raffaele e Felice Pirozzi, 43 e 19 anni, zio e nipote, furono uccisi davanti al Cimitero.

Lei parla, inoltre, di un totale di quarantanove morti; ma questi, deceduti dopo i bombardamenti, in che modo sono correlati ai tredici fucilati di Piazza Annunziata?

La correlazione tra i fucilati di Piazza Annunziata e tutti gli altri morti è costituita dall’essere stati tutti vittime di una immane tragedia, che si consumò a Giugliano nel settembre/ottobre 1943, mentre si era appena prospettata la fine della guerra con l’imminente entrata delle truppe anglo/americane.

Ha scelto come immagine di copertina un quadro di Giovanni Alfè. Una “fotografia” di quanto effettivamente accaduto?

Quel quadro rappresenta, indirettamente, la superficialità di quanti, senza approfondire gli eventi, pretendono di raccontare la storia. Esso stesso è un falso storico, e nessuno si era accorto che nella rappresentazione scenografica dei ‘‘tredici morti’’ ce ne sono cinque in più.

Quasi sempre assente la città di Giugliano”. Lei rimarca, nel suo libro ed attraverso passati interventi sui giornali locali di come, sia nelle istituzioni che nei cittadini, la memoria sia corta –se non assente- e che addirittura non si ha più intenzione di ricordare. Questo paventato oblio non risulterebbe una vergogna per la nostra città?

Ricordo che ogni anno, almeno fin dal 1993, e grazie soprattutto alla Pro Loco, si è cercato di tramandare la commemorazione dei Tredici Martiri di Piazza Annunziata, coinvolgendo il Sindaco di turno, ma senza riuscire a mettere insieme più di tre o quattro Consiglieri comunali. Devo dire che l’alto consesso civico, ben rappresentando la plurale cittadinanza locale, ha scritto delle pagine vergognose, arrivando a rifiutare di sospendere per un’ora una seduta consiliare quando, in concomitanza, nella vicina Chiesa delle Concezioniste, si celebrava, già programmato, il gemellaggio storico con la Città di Caiazzo. Dico parimenti che la commemorazione dei Tredici Martiri, e di tutte le altre vittime, dovrebbe essere considerata una solennità civile per la Città di Giugliano, da celebrarsi il 30 settembre, e non in una qualsiasi altra data di comodità.

Mi tolga una curiosità: ma le famiglie di questi fucilati hanno mai ricevuto una sorta di risarcimento di qualsiasi natura?

Nel 1993, in occasione del 50° anniversario della strage, ci furono delle proposte, come l’erezione di un monumento, e si cominciò a parlare della richiesta di una Medaglia d’oro al Valor Civile per la Città di Giugliano. Fino ad oggi siamo rimasti al palo. I familiari sono stati gratificati soltanto con la nostra ricognizione storica, e con l’annuale sensibilità che, in pochi, siamo riusciti a dimostrare.

In alcuni passaggi, che riportano le asserzioni del caro Enzo Faiello, le viene imputato di riportare solo ed esclusivamente racconti verbali, e non già una documentazione scritta la quale, a quanto pare, sarebbe ancora da trovare. Come risponde, ancora oggi, ai suoi eventuali interlocutori?

La questione delle testimonianze documentate fu soltanto sfiorata da Vincenzo Faiello. Altri, invece, pretendevano di trovare magari il verbale della fucilazione. Ma io, già nel 1983, ero riuscito a raccogliere le testimonianze rese dai familiari ancora viventi e da chi era stato presente allo svolgersi degli eventi, come Alberto Scialò, il Rettore dell’Annunziata Don Vincenzo Panico ed il signor Vittorio Alfieri, al quale fu imposto, insieme con altri, di rimuovere i cadaveri dalla piazza; inoltre, avevo attinto le notizie da un manoscritto del signor Placido Briante, sfollato napoletano che abitava nel Vico Martino. Pertanto, ritengo ozioso e pretestuoso ritornare a perdere tempo su questo argomento.

Il Dott. Pio Iannone, in uno dei suoi interventi, scrive: “… mi interessa solo perché al processo dinanzi al Tribunale Militare di Napoli per colui che era ritenuto autore della strage… nessuno sentì la necessità di presenziare”. Una presa d’atto ed un’accusa. Ma verso chi?

L’argomento non ha mai suscitato il mio interesse per l’accertamento della verità storicizzata di quell’evento. L’amico Pio Iannone rilevò, giustamente, che il Comune di Giugliano, al di là dei prevedibili esiti processuali, avrebbe dovuto costituirsi parte civile.

Proseguendo l’avvincente lettura scopro che i morti furono, addirittura, circa una settantina. Potrebbe delucidarci a tal proposito?

Fino alla mia indagine, conclusa con la pubblicazione del libro nel 1993, non si sapeva degli altri morti, se non di alcuni, come Felice Pirozzi, fucilato davanti al Cimitero. Alberto Scialò ne aveva scritto per due righi nel suo racconto ‘‘Autunno di sangue’’, edito nel dicembre 1977. Quella notizia mi spinse a cercare qualche riferimento nei registri anagrafici; dai nominativi rinvenuti come morti a causa dei bombardamenti o per altre motivazioni, mi portai a ricercare i familiari superstiti. Quindi, ho scoperto, allora, che i morti di quel settembre/ottobre 1943 furono almeno settanta.

Diverse discordanze riportano, finora, le modalità dell’uccisione dei tredici concittadini. Ma come si svolsero realmente i fatti?

Non credo sia il caso di scendere nei particolari, per descrivere la dinamica della cattura e dell’uccisione dei tredici cittadini in Piazza Annunziata, che ho ampiamente trattato anche nel mio ultimo libro, per contestare ancora delle macroscopiche e tendenziose inesattezze. Ribadisco che tutto quello che ho scritto mi era stato raccontato dai familiari con dovizia di particolari. Le altre tentate ricostruzioni, dopo 73 anni, non avevano alcun valore documentale, e risultavano palesemente inventate.

Alcuni suoi interlocutori ribadiscono che si trattò di “Resistenza Partigiana”. Quanto c’è di vero in queste affermazioni?

Quella della ‘‘resistenza partigiana’’ è la più grossa delle sciocchezze che si sarebbero potute inventare. Abusivamente, dopo che il presidio di comando anglo/americano si era insediato nel palazzo municipale, al Corso Campano, una rappresentanza numerosa di concittadini autoreferenziati si costituì in una sorta di ‘‘Comitato di collaborazione’’ al fianco degli Alleati, per l’ordine pubblico, perché, ovviamente, conoscevano il territorio da controllare. Ma, prima del 5 ottobre 1943, anche loro, gli aspiranti presunti partigiani, se ne stavano ben nascosti nei sottotetti ed in qualche più lontana e protetta masseria.

Anche per la Dott.ssa Isabella Insolvibile ha qualche precisazione da fare, a proposito sia di Giovanni Bovenzi che di altri caduti. Ce ne parla?

Io credo che le fonti della Dott.ssa Isabella Insolvibile siano state inquinate, a suo tempo, dalla superficialità di chi aveva cercato di assemblare delle notizie infondate e raccogliticce per assolvere al compito di redigere delle schede che dovevano confluire in un costituendo archivio per la ricognizione di tutti i tragici eventi che avevano segnato la precipitosa ritirata delle truppe naziste dalle regioni del sud Italia. Purtroppo, alcuni nostri concittadini, qualche anno fa, si sono lasciati abbacinare dall’accresciuta autorevolezza del nome della Dott.ssa Insolvibile e dalle fonti citate come una consuetudine bibliografica, senza neanche indagare quando e perché erano state commissionate e redatte quelle schede, che mi limito a considerare esercizio di superficiale e sbrigativa ricerca accademica. Basta prendere in esame la scheda su Giovanni Bovenzi, anzi le due schede, perché ne abbiamo un’altra redatta dal Dott. Giuseppe Angelone, anche egli accreditato presso il Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II, che contengono due racconti diversi e contraddittori.

Nel suo libro, prezioso nel ricostruire un tragico momento storico della nostra Giugliano e fonte di (ri)scoperta per ogni cittadino, Lei riporta dettagliatamente le incongruenze e le inesattezze che altri, a suo dire, hanno sdoganate per verità inconfutabili. Davvero la “Vexata Quaestio” è definitivamente chiusa?

Per avere una risposta esauriente, vada a rileggere l’ultimo capitolo del mio libro; è intitolato ‘‘Inficiato l’impianto della ricostruzione storica da una congerie di omissioni e inesattezze’’. Dunque, per ritornare al titolo del libro, credo bene che ormai si debba considerare ‘‘Chiusa ed archiviata la Questione del ‘43. 

Anche se nell’organizzare questo incontro ho trovato la massima disponibilità, avrei tante altre domande da rivolgergli, ma preferisco rimandare ai lettori il piacere della scoperta. 

Quindi, per quanto mi riguarda, l’intervista finisce qui; poiché mi pare evidente che il mio interlocutore, quantunque paziente, ha poca (quasi nessuna, direi) voglia di ritornare ad insinuarsi nelle pieghe di un argomento su cui ha definitivamente calato il sipario della chiarezza.

Aggiungo, per quanti fossero interessati, che il libro, che registra una introduzione del Prof. Mimmo Savino, è disponibile presso la sede della Pro Loco, al Corso Campano 329 (parcheggio ex Ospedale di Piazza Annunziata), aperta mattino e pomeriggio (Tel. 081 506 58 72 – Email: [email protected]). 

Inoltre, lo si può richiedere presso: Cartolibreria Claudio, in Via Aniello Palumbo; Cartolibreria De Rosa, in Via San Rocco 35; Edicola Giornal People, al Corso Campano 450; Eliografia Graphos, di fronte al Municipio; Agenzia Il Faro Immobiliare, al Corso Campano, angolo Via Cacciapuoti.

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