“Non siamo teppisti, era un gioco: ma ora sappiamo che c’è fatica dietro l’arte, non lo rifaremmo…”

 

 

Dopo che quattro adolescenti Carmine, 17 anni, Luciano 16, Angelo 15 e Antonio 18, avevano preso a calci la di Jago “Look down” la settimana scorsa, l’opera in piazza Plebiscito che raffigura un bimbo incatenato al suolo, l’artista ha deciso di aprire le porte del suo laboratorio ai teppisti.

I ragazzi inizialmente indifferenti nei confronti dell’arte sono stati accolti da Jago con grande gioia il quale li ha fatti riflettere sull’importanza dell’arte.

Gli adolescenti hanno dichiarato:

“Non ci posso pensare: da una cosa negativa che abbiamo fatto con un po’ di superficialità, è nata una cosa bella. Noi non sapevamo chi era Jago. Ma ora che abbiamo visto dall’interno la sua officina e tutta la fatica che c’è dietro, chi la prenderebbe più a calci una statua.

Non sapevamo quanto lavoro ci volesse per creare un’opera – dice Carmine, che non frequenta più la scuola e aiuta la madre in un negozio a Piscinola – Ora la apprezzo molto di più: è cambiato il mio modo di vedere gli oggetti d’arte, quando rivedrò una statua ora so che non è poi così facile da realizzare. Quando ho visto tutto il lavoro che si fa per creare quelle sculture mi sono sentito un po’ in colpa.

Jago ci ha fatto vedere come si scolpisce il marmo, ci ha fatto dare un paio di colpi, mi ha incuriosito molto.

Ci ha mostrato le sue opere, ci ha raccontato un po’ della sua vita e poi ci ha detto di tornare quando vogliamo nella sua officina. Intanto ci ha invitati all’inaugurazione di un’altra sua opera nelle prossime settimane.

 

Siamo stati dipinti come non siamo – aggiunge Carmine e la pensano così anche Luciano, Angelo e Antonio – Non siamo dei teppisti. Mia madre ha provato molta vergogna quando ha iniziato a vedere le immagini sui social, Facebook ne era pieno. Io non le avevo raccontato niente, per non farla preoccupare. Ma poi ne ho dovuto parlare per forza, lei ora vuole buttare la tuta che si vede nel video perché la associa a una cosa negativa. Quando è successo il fatto, Luciano si è “appanicato”, ha avuto molta paura, si è dovuto prendere acqua e zucchero, però forse la reazione della gente è stata esagerata…

Passiamo spesso per piazza Plebiscito, ogni volta che andiamo lì ci facciamo dei selfie, non so perché questa volta abbiamo dato schiaffi e calci al bambino. Per noi è stato un gioco, volevamo mettere il video su Tik Tok, ecco tutto: secondo noi non c’era niente di male a fare quella cosa. Ma la gente poi si è offesa troppo. Quando ci hanno contattato per invitarci da Jago pensavamo che fosse l’ennesima persona che voleva insultarci, e invece…”, confessano.

“Siamo stati contenti di questa decisione di Jago, non ce lo aspettavamo, abbiamo letto anche il suo post. Da un disagio può nascere una cosa positiva”, spiegano. Jago su Instagram aveva scritto: “Io sono certo che questi ragazzi siano altrettanto capaci di gesti meravigliosi, quindi se vorranno sarò felice di accoglierli nel mio studio per mostrargli cosa c’è dietro la realizzazione di una scultura.

Siamo andati altre volte al rione Sanità, giriamo solo in motorino – racconta Carmine – non ci eravamo mai accorti delle chiese. Quando eravamo più piccoli, qualche altra sciocchezza l’abbiamo fatta, ma ora non potevamo immaginare che il proprietario dell’opera che abbiamo colpito invece di arrabbiarsi, ci invitava nel suo studio.

Andremo ancora da lui.

Questa storia mi ha fatto crescere assolutamente, la racconterò da grande a mio figlio”.

 

 

 

Teresa Barbato

 

 

 

Commenti

commenti