“Loro, gli inglesi, come gli americani, hanno pensato e dato priorità alle questioni economiche; noi abbiamo privilegiato la salute”, sostiene l’uomo

Brunello Acampora di anni 54, manager napoletano di fama internazionale residente con moglie e figli a Londra per lavoro, è potuto rientrare in Italia grazie ai voli garantiti da Alitalia ai nostri connazionali, solo il due di Aprile.

In virtù della sua esperienza da “londinese”, ha rilasciato un’intervista a “Il Mattino”, dove racconta la sua Odissea e di come, a sua detta, il Governo italiano abbia gestito la faccenda coronavirus in maniera più giusta.

Ci racconti del suo rientro a Napoli.
«A fine marzo, guardando la televisione e seguendo le conferenze stampa del presidente del Consiglio, con mia moglie decidemmo che era arrivato il momento di rientrare in Italia. Riuscimmo a imbarcarci su un volo Heathrow-Fiumicino, strapieno; già a bordo ci fecero compilare una serie di moduli, altri ne firmammo all’arrivo a Roma. Poi, in auto la corsa a casa, a Napoli».

Dall’Inghilterra in Campania.
«Esattamente. A Londra c’ero arrivato il 15 marzo, quando almeno lì, da loro, non si profilava ancora alcuna emergenza; poi però iniziarono a giungerci le brutte notizie del Nord Italia, con i focolai dell’infezione, e allora pensammo bene di rientrare. Ricordo che Boris Johnson continuava a dare segnali opposti, e per me inquietanti».

Quali?
«Da un lato diceva di prepararsi alla morte di tanti nostri cari, dall’altra diffondeva il principio della cosiddetta immunità di gregge. Essendo quello inglese un popolo che sa essere ligio e obbediente sempre alle leggi, ha obbedito all’appello. Io tuttavia trovai assurdo quel messaggio».

Perché assurdo?
«Da un lato il premier britannico invitava la gente a non frequentare pub e ristoranti; dall’altro non ne ordinava la chiusura. Il risultato fu che comunque rimasero luoghi di assembramento aperti: con le conseguenze che oggi scontano Londra e il resto del Paese».

Lei e sua moglie comunque seguivate l’andamento della situazione italiana.
«Certo. E pur sfidando la quarantena, qui in Italia, abbiamo preferito tornare a casa. Spesso siamo tentati dall’essere esterofili, ma mi lasci dire che oggi sono ancor più convinto che la gestione dell’emergenza in Italia è stata garantita: forse in maniera non del tutto invidiabile, ma garantita. Io continuo a sentirmi orgoglioso, al di là di speciose polemiche, anche di essere meridionale, campano e napoletano: concittadino di Ascierto, il cui nome è risuonato anche in Inghilterra per le sue ricerche scientifiche».

Qual è stata, e lo chiedo adesso al capitano d’azienda più che al napoletano, la differenza che ha segnato questo suo giudizio?
«Loro, gli inglesi, come gli americani, hanno pensato e dato priorità alle questioni economiche; noi abbiamo privilegiato la salute. Ecco perché tra il rimanere a Londra e il tornare a Napoli, non ho esitato a scegliere la seconda opzione».

Eppure la sua famiglia ha importanti investimenti nella capitale inglese.
«Vero: non solo con la Victory Design Nautica, ma anche e soprattutto con la Bruno Acampora Profumi, gestita da mia moglie».

Dunque ora il dilemma è: privilegiare i fatturati delle aziende o la salute?
«Secondo me le due cose possono essere coniugate senza andare in collisione».

E come?
«Sono un convinto europeista. E credo che mai come adesso non dobbiamo demonizzare la nostra Europa. Mi sbilancio: è vero, ci sono ancora cose che non stanno funzionando al meglio, a livello continentale e nazionale; ma questo dramma planetario – difficilmente risolvibile nel breve periodo – ci ha dettato un insegnamento. La quarantena non è una vacanza. Al Sud, e soprattutto al Sud, questo tempo di forzato isolamento dovrà servire – e ne abbiamo ancora il tempo – per evolverci: per riorganizzare la ripartenza dovremo aggiornare il nostro modo di lavorare, con lo smart working, ma anche imparando le lingue straniere, aggiornando gli strumenti lavorativi. Se ci riusciremo, le nuove sfide mondiali ci troveranno pronti all’appuntamento».

 

(Fonte Il Mattino)

 

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