“Il virus non è sconfitto, più test sierologici”

Paolo Ascierto, oncologo e ricercatore di fama internazionale, ha rilasciato un’intervista a “Il Mattino” dove ha fatto luce su tutti gli aspetti che riguardano il virus e i comportamenti da adottare durante la “Fase 2”.

Ecco l’intervista integrale.

Professor Paolo Ascierto, dopo due mesi di lockdown, siamo all’avvio della Fase 2, quanto possiamo allentare i freni da domani?
«Iniziamo col dire che se ci sono questi numeri è merito delle misure di distanziamento sociale, che anzi vorrei chiamare più correttamente distanziamento fisico, che rende meglio l’idea. I numeri positivi sono dovuti a questo e al fatto che siamo stati bravissimi, soprattutto noi in Campania. Abbiamo fatto un sacrificio enorme. Ma Fase 2 non significa rompete le righe, perché il pericolo non è passato, il virus è ancora tra di noi. In alcune regioni del nord soprattutto i numeri sono ancora preoccupanti, anche se la situazione è migliorata. Ma dobbiamo a tutti i costi evitare che il virus riprenda a circolare e a determinare nuove ondate di infezione. Quello che è accaduto in Germania, dove i casi sono riesplosi dopo la riapertura, deve essere un monito per tutti noi».

Quindi che fare?
«Ci rendiamo conto tutti che ci sono attività che devono riprendere, perché ne va della sopravvivenza di intere categorie, ma va fatto in sicurezza per tutti, senza passi falsi o leggerezze. Utilizzare le mascherine, igienizzare i locali, lavarsi le mani, rispettare le distanze e tutto quello che abbiamo imparato a fare. Ma riaprire significa in ogni caso far aumentare la circolazione delle persone, con il rischio di un rompete le righe che ora è prematuro e pericoloso. Psicologicamente molti pensano che ormai il peggio è passato, ma non è così. La seconda ondata è un rischio altissimo».

Lei si aspettava questo comportamento diligente a dispetto dei luoghi comuni da parte dei cittadini campani?
«Quando si tratta di rimboccarsi le maniche, i campani lo fanno e lo fanno anche bene. Lo dimostra la storia. Siamo stati veramente bravi, certo ogni tanto bisogna fare degli appelli, dei richiami a tenere i piedi per terra. Perché è chiaro che dopo il sacrificio c’è la voglia di vivere, di tornare alla normalità, ma ripeto, quello che abbiamo oggi lo dobbiamo all’isolamento, al lockdown. Ai miei concittadini dico siete stati eccezionali, ma il virus è ancora tra di noi, dobbiamo ripartire, ma non vanifichiamo gli sforzi fatti finora».

Voi medici e tutti gli operatori sanitari siete in prima linea da settimane, com’è cambiata la vostra percezione della situazione?
«I primi giorni siamo stati tutti travolti anche emotivamente. Vedevamo quello che succedeva in Lombardia, c’era preoccupazione e angoscia anche tra chi è abituato a gestire situazioni gravi. Pazienti che arrivavano in numeri importanti, con le terapie intensive che si riempivano e, come sappiamo, molti non ce l’hanno fatta. Però ogni giorno imparavamo qualcosa della malattia e siamo riusciti a gestire sempre meglio la situazione. Sappiamo che gli ambienti ospedalieri sono la prima fonte di contagio e quindi la prima cosa da fare è mettere in atto strategie precise e condivise per garantire la sicurezza a pazienti e operatori. Tra di noi e con i pazienti evitiamo gli assembramenti, il triage segue percorsi precisi e sicuri per evitare caos, dando la giusta priorità a chi ha più bisogno, utilizziamo i dispositivi di protezione, ottimizziamo gli accessi dei pazienti e li seguiamo in fase di follow up dopo le dimissioni anche in modo telematico. Tutto questo funziona bene se evitiamo una valanga di ricoveri, inevitabili se dovessero esplodere i contagi. Per questo dico, prudenza».

Che ruolo hanno i test per il Covid-19 nella gestione ospedaliera?
«Sono essenziali. Stiamo cercando di fare i test sierologici a tutti i pazienti e tutti i lavoratori. Per capire meglio la situazione dei contagi. A chi risulta positivo ai test viene fatto il tampone e si mappano i contatti. Così si mette in sicurezza l’ospedale a garanzia di tutti».

I test sierologici diventeranno progressivamente un’abitudine per i cittadini. Ma quanto sono affidabili e a chi vanno fatti in questa fase di riapertura?
«È chiaro che il tampone nasofaringeo al momento è l’unico mezzo che veramente ci dice se c’è il virus. Ma lì dove ci sono grandi numeri e non ho la possibilità di fare tamponi a tutti, le analisi sierologiche permettono di capire se c’è stato contatto con il virus, e in questo caso andare a fare il tampone in modo mirato alla persona e ai suoi contatti. I test non hanno l’affidabilità e la specificità del tampone, ma aiutano. Andrebbero fatti a tutti quelli che riprendono le attività: a partire da chi lavora al pubblico, gli addetti alla ristorazione, tutti gli operatori dei trasporti e dei mezzi pubblici. Il trasporto è un nodo: chi lavora sui mezzi non ha l’autorità per impedire a un cittadino di salire a bordo. Differenziare i percorsi sarà indispensabile. Sui treni a lunga percorrenza è più semplice, ma sul trasporto locale, su metro, autobus e tram, è più complesso. Non si può affidare tutto il compito agli autisti e a chi lavora alle fermate o nelle stazioni. Servono regole chiare».

Parliamo di terapie. Lei è diventato famoso per aver avviato la sperimentazione del tocilizumab, il farmaco anti-artrite reumatoide, sui pazienti Covid. Quando arriveranno i primi risultati?
«Forse i primi dati li avremo già la settimana prossima. Sono stati arruolati 330 pazienti in 24 ore il 19 marzo, si valuterà la riduzione del tasso di mortalità dall’avvio del trattamento. Vedremo quanto il tocilizumab avrà contribuito. Abbiamo visto che il farmaco funziona. Le lastre dei polmoni lo mostrano. Abbiamo visto altre sperimentazioni promettenti a Brescia, in Francia, a Bari. L’impatto positivo del farmaco sull’infezione c’è stato, di quanto lo diremo con dati certi alla mano».

 

Nazarena Cortese

 

 

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