Preoccupano le nuove mutazioni del virus

 

Dopo l’avvio della campagna vaccinale, ciò che preoccupa la comunità scientifica sono le continue mutazioni del SARS-CoV-2 e il rischio che i vaccini, attualmente in uso, non siano in grado di offrire protezioni.

Riguardo tale argomento il Prof. Paolo Ascierto, Dirigente Medico presso la UOC di Oncologia Medica e Terapie Innovative – Fondazione G. Pascale, nel corso di una conversazione rotariana (tenutasi online) in interclub interdistrettuale dal titolo “Focus sull’infezione da Coronavirus: i vaccini e le varianti del virus” al quale hanno partecipato altri numerosi luminari, ha affermato: “Quando sentiamo parlare dei vaccini anti-covid li associamo subito all’azienda che li produce. Ma anche se le tecnologie alla base sono differenti, tutti perseguono uno stesso obiettivo: creare un vaccino che, una volta inoculato, faccia sì che l’organismo sviluppi anticorpi contro la proteina “spike”, porta che il virus utilizza per entrare nel nostro organismo. Si può creare un’immunizzazione contro questa proteina in diversi modi: ad esempio utilizzando virus inattivati (adenovirus) non capaci di replicarsi, oppure piccole porzioni di spike per stimolare la produzione di anticorpi contro queste proteine, o, ancora, utilizzando particelle del virus senza il codice genetico. I vaccini attualmente in uso sono molto innovativi. Quelli di Pfizer e di Moderna sono vaccini a mRNA messaggero, cioè inglobano in nanoparticelle lipidiche l’RNA messaggero, materiale genetico del SARS-CoV-2 che istruisce le cellule del corpo a produrre la proteina “spike” del virus. Quando una persona riceve uno di questi vaccini, il suo corpo produce copie della proteina “spike”, che non causa la malattia ma fa sì che il sistema immunitario impari a reagire in modo difensivo, producendo una risposta immunitaria contro il Covid-19. Questi vaccini sono stati sperimentati con studi di fase 3: in questa fase viene somministrato sia il vaccino che il placebo in soggetti appartenenti a due gruppi omogenei. Nel caso di Pfizer sono state trattate 40mila persone: 20mila con il vaccino e 20mila con il placebo. Nei 20mila che hanno ricevuto il vaccino solo 8 si sono ammalati di Covid, mentre nei 20mila che hanno ricevuto il placebo ci sono stati 162 casi positivi. I risultati hanno dimostrato che il vaccino dà una protezione del 95%. Nel caso di Moderna, lo studio ha coinvolto, invece, 30mila persone: 15mila sono stati trattate con il vaccino e 15mila con il placebo. Tra i vaccinati si sono verificati solo 5 casi di Covid, 90 nel gruppo di controllo. Il vaccino di Moderna ha dimostrato un’efficacia del 94,1%. La conclusione è che questi vaccini proteggono, anche se mancano, ad oggi, dati relativi alla contagiosità di chi è stato vaccinato (cioè non sappiamo se chi è stato vaccinato è contagioso o meno) e quelli relativi alla durata della protezione. Gli studi di Pfizer e di Moderna non hanno incluso le donne in gravidanza e in allattamento. Quando si sperimenta un farmaco non si comprende questa categoria di soggetti perchè non si sa come il farmaco possa agire sul feto. L’Aifa ha suggerito una raccomandazione: in gravidanza e in allattamento può essere somministrato il vaccino anti-covid solo se i benefici sono superiori ai rischi. Ma quando i benefici sono superiori ai rischi? Se si tratta di medici o operatori sanitari che trattano malati Covid. Al momento io non consiglierei comunque alle donne in gravidanza e in allattamento di sottoporsi al vaccino. Altra questione riguarda i minori. Il vaccino di Moderna è stato sperimentato su ragazzi al di sopra dei 18 anni, quello di Pfizer in soggetti sopra i 16 anni, quindi, i minori al momento sono esclusi dalla campagna vaccinale. Sappiamo che nei bambini l’infezione in genere non dà sintomi gravi, ma questi soggetti sono coinvolti nella trasmissione del virus, quindi dovranno essere vaccinati anche loro. Per raggiungere l’immunità di gregge deve essere vaccinato almeno il 70% della popolazione: se consideriamo che i minori costituiscono il 30%, si deve vaccinare il 100%. Sono in corso studi studi di Pfizer e di Moderna proprio su questa categoria; il vaccino di AstraZeneca, quello italiano di ReiThera e lo Sputnik russo sono vaccini a DNA, cioè utilizzano adenovirus (vettori virali) ricombinati. Che cosa significa? Questi vaccini ono costituiti da virus creati in laboratorio (adenovirus) nei quali è presente il codice della proteina spike: non sono virus che sviluppano la malattia, e alcuni neanche si replicano, ma sono in grado di entrare nella cellula e fare in modo che il dna da loro trasportato venga poi trasformato nella proteina spike che, a sua volta, stimolerà la produzione di anticorpi. Nello studio di fase 3 del vaccino di AstraZeneca si è visto che la sua efficacia è del 62%, quindi più bassa di quella di Pfizer e di Moderna. Ma in un altro studio, in cui è stata somministrata una mezza dose all’inizio e poi una dose intera dopo 28 giorni (il richiamo), è stata osservata un’efficacia del 90%. L’Aifa e l’Ema hanno approvato il vaccino di AstraZeneca con la raccomandazione di utilizzarlo solo nei soggetti tra i 18 e i 55 anni, questo perchè nello studio di fase 3 la coorte di pazienti sopra i 55 anni era poco numerosa: questo dato non consente di affermare con rigore l’effettiva efficacia del vaccino in questi soggetti. Servono dati più robusti. La Commissione Tecnico Scientifica dell’AIFA ha raccomandato, inoltre, di preferire i vaccini a mRNA messaggero a quelli a DNA. Ma va anche detto che se i vaccini disponibili sono pochi, anche quelli che forniscono una protezione del 62% devono essere considerati una importante risorsa. Nei giorni scorsi è emerso un altro dato importante riguardo il vaccino di AstraZeneca: uno studio ha dimostrato che se il richiamo viene fatto non dopo 4 settimane, ma dopo 2/3 mesi l’efficacia sale al 76%, e addirittura al 100% nelle forme più severe. I dati relativi a quest’ultimo studio sono stati inseriti in un emendamento allo studio di fase 3 (quello che ha dimostrato un’efficacia del 62%). Stiamo aspettando che l’AIFA lo approvi. Una volta approvato partirà subito un nuovo studio a cui abbiamo aderito anche noi del Pascale: nel nostro ospedale somministreremo il vaccino di AstraZeneca a un braccio di “pazienti europei”, così’ come richiesto dall’AIFA. La novità dello studio riguarda il richiamo che sarà fatto tra le 8 e le 12 settimane. Non solo, nello studio sarà coinvolto anche una coorte pediatrica. Ma ora veniamo allo Sputnik russo: anche questo vaccino si basa su vettori adenoivirali umani, ma ha una particolarità. I russi hanno utilizzato due tipi di adenovirus sempre contenenti il materiale genetico della proteina spike: uno lo iniettano con la prima dose, l’altro con la seconda dose dopo 4 settimane. Questa caratteristica rende il vaccino russo più efficace di quello di AstraZeneca (91%). Ma perchè fanno questo? Quando viene inoculata la prima dose del vaccino, l’organismo sviluppa anticorpi contro la spike, ma anche anticorpi contro l’adenovirus, per cui, se inietto dopo 4 settimane la seconda dose di vaccino, potrebbe anche accadere che gli anticorpi che si sono formati contro l’adenovirus vadano a limitare gli effetti del richiamo. Non è strano quindi che, se somministro mezza dose prima e mezza dose dopo, ho una maggiore efficacia: questo accade perchè con la mezza dose iniziale ho limitato la produzione degli anticorpi contro il virus. A giugno, infine, avremo un altro vaccino, quello italiano di ReiThera che differisce da quello di AstraZeneca per il vettore virale. Il principio su cui si basano è lo stesso: mentre il secondo utilizza un adenovirus di scimpanzé con all’interno il codice genetico che produce la proteina spike, il secondo utilizza un adenovirus di gorilla sempre contenente il materiale genetico della spike;  anche noi, insieme alla Takis, stiamo studiando un vaccino anti-covid. Io mi occupo da anni di tumori della pelle, con questa azienda stiamo cercando di mettere a punto un vaccino contro il melanoma. Il vaccino della Takis è un vaccino a DNA costituito da pezzettini di dna che vengono inseriti in un plasmide che non è un virus ma una sequenza genetica capace di entrare nelle cellule attraverso la tecnica dell’elettropolazione. Il dna entra nelle cellule dei muscoli e inizia a produrre porzioni di spike contro le quali vengono generati anticorpi. Il primo marzo inizieremo lo studio di fase 1 dello studio clinico: noi al Pascale tratteremo 6 pazienti; le reazioni avverse dei vaccini sono diverse. Le più frequenti legate al vaccino di Pfizer sono il dolore nelle sede di iniezione, la classica stanchezza, il mal di testa e i dolori muscolari tipici di una sindrome simil-influenzale. Le reazioni sono normali perchè il sistema immunitario inizia ad attivarsi per formare gli anticorpi contro la spike. Questi sintomi si manifestano nel 10% dei casi, cioè 1 su 10. Più rare sono altre reazioni come l’ingrossamento dei linfonodi (è qui che avviene la prima reazioni immunitaria), difficoltà ad addormentarsi e sensazioni di malessere generale. Altra reazione ancora più rara è la paralisi facciale: 1 su 1000 l’ha avuta e si è risolta in poco tempo. Le reazioni avverse del vaccino di Moderna sono molto simili. Negli USA sono morte più di 400mila persone su oltre 24 milioni di infetti, sono stati vaccinati più di 4 milioni di persone e le reazioni avverse sono state lo 0,03%. Si tratta di reazioni anafilattiche che si possono verificare anche in seguito all’assunzione di aspirina e, comunque, si sono verificate in soggetti allergici. Per questo motivo alle persone con allergie si consiglia, prima di fare il vaccino, un trattamento di 3/5 giorni con un antistaminico; è stato possibile perchè c’è stata un’azione di massa, un gioco di squadra, un lavoro di collaborazione tra i governi e le aziende farmaceutiche. Questo ha permesso di velocizzare i tempi relativi all’approvazione degli studi clinici. In genere per l’approvazione di uno studio clinico sono necessari 6 mesi. Con una pandemia in corso non si poteva attendere tutto questo tempo. E poi c’è da dire anche che alcuni studi come quello sui vaccini a mRNA messaggero erano già in corso per l’Ebola: è bastato cambiare la sequenza della struttura esterna del virus Ebola con quella della proteina spike, quindi sono partiti subito gli studi di fase 1 e di fase 2; in queste ultime settimane preoccupano molto le varianti. Ogni versione nuova del virus è frutto di una modifica della proteina spike. La paura è che i vaccini, ora in uso, possano non essere efficaci. Contro la variante inglese i vaccini di Pfizer, di Moderna e di AstraZeneca funzionano. Mentre non è certa la loro efficacia contro le varianti sudafricana e brasiliana… vedremo. Va detto, comunque, che con le tecnologie a disposizione basterà mettere a punto la sequenza dell’RNA di queste varianti e fare un’ulteriore vaccinazione. Le varianti possono conferire al virus una maggiore trasmissibilità come nel caso dell‘inglese, oppure fare sì che il virus eluda la risposte immunitarie rendendo inefficaci gli stessi vaccini. Ecco perchè ora è ancora più importante fare attenzione e seguire con rigore la norme anti-covid. Meno facciamo circolare il virus, meno possibilità avrà il SARS-CoV-2 di replicarsi e generare varianti”.

cronavirus 2019

 

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