Non si tratta di un reato comune ma di un reato previsto da una legge speciale: il colpevole paghi

 

 

Era il 12 luglio 2020 quando la Chiesa Santa Maria Madre del Risorto fu distrutta da un terribile incendio. Intorno alle ore 13.30 dello stesso giorno, nella zona retrostante la struttura, rifiuti e sterpaglie furono dati alle fiamme e non ci volle molto affinché queste divorassero anche la chiesetta in Largo Cinque Vie. Nulla rimase intatto ma, circa un mese dopo, quasi per miracolo, fu ritrovata tra le macerie una statua del bambinello Gesù completamente integra che fu, poi, esposta lo scorso Natale all’esterno dell’edificio.

CHIESA SANTA MARIA MADRE DEL RISORTO

CHIESA SANTA MARIA MADRE DEL RISORTO

CHIESA SANTA MARIA MADRE DEL RISORTO

CHIESA SANTA MARIA MADRE DEL RISORTO

CHIESA SANTA MARIA MADRE DEL RISORTO

IL COMITATO

In seguito all’incendio, un gruppo di fedeli appartenenti alla cappelluccia, costituirono un comitato, il Comitato Diaconia Maria Madre del Risorto, “senza alcuno scopo di lucro e con un unico obiettivo: quello di ricostruirla”.

A distanza di un anno, tantissime sono state le battaglie e moltissimi i momenti di raccoglimento ma, ancora oggi, quasi tutto sembra tacere e la chiesetta sembra essere stata completamente abbandonata ad un gruppo di ladruncoli che, durante la notte, scavalcano i cancelli e rubano materiali in ferro.

Il 12 luglio 2021, durante un momento di preghiera in occasione dell’anniversario del tragico evento, in presenza di Don Italo Mastrolonardo, del comitato e molti fedeli, è stato raccontato da questi ultimi che “fino a pochi mesi fa non si era affatto a conoscenza dell’inizio del processo, per cui la diaconia potrebbe costituirsi parte civile, in quanto parte offesa, e che gli era stato assolutamente impedito di ottenere i documenti relativi all’incendio”.

IL PROCESSO

Poche ore dopo l’incendio, il colpevole fu individuato e, in seguito alle indagini dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco, il tribunale di Napoli Nord ha proceduto contro l’imputato per il reato di combustione illecita di rifiuti, “un reato più grave rispetto al reato comune previsto dal codice penale: un reato supposto da una legge speciale emanata quando la Campania era in piena emergenza rifiuti”.

La prima udienza, tenutasi lo scorso marzo, si è conclusa con il rinvio a giudizio dell’imputato da parte del Dottor Saladino, GIP del tribunale di Napoli Nord.

Nonostante l’avviso ricevuto nel gennaio 2021, il comune, che nel 2002 ha acquisito al patrimonio comunale la chiesa, in qualità di ente offeso, nella persona dell’allora sindaco FF, decise di non costituirsi: un’azione che avrebbe potuto dare un segnale forte ai cittadini ma, soprattutto, un indirizzo politico alla vicenda.

Secondo molti sarebbe stato e sarebbe lecito che il comune, nella persona del Commissario Prefettizio ora e in quella del futuro sindaco il 6 dicembre, si costituisse, “trattandosi non di un reato comune bensì di un reato speciale che si applica a tutte quelle ipotesi che riguardano i reati ambientali”, affinché si faccia giustizia ma, soprattutto, luce su quanto accaduto, in quanto ciò dovrebbe essere un diritto non solo morale ma anche civile.

Al termine della prima udienza, tenutasi lo scorso marzo, il Dottor Saladino, GIP del Tribunale di Napoli Nord, rinviò a giudizio l’imputato.

L’udienza dibattimentale, fissata per il 19 luglio 2021, è rinviata al 6 dicembre 2021, data in cui inizierà definitivamente il processo contro il colpevole. Il comune, in qualità di parte civile, può scegliere se costituirsi parte civile, anche per quella data, nella persona del futuro sindaco. Dal canto suo, anche la Diaconia, rappresentata dall’avvocato Isidoro Niola, che si è già costituita in parte civile lo scorso luglio ma, “poiché tecnicamente non sarebbe la persona offesa, ma un soggetto che ha subito un danno dall’azione dell’imputato”, ha la facoltà di costituirsi ma “sarà il giudice a decidere e stabilire se è legittimata o meno a costituirsi e se potrà chiedere il risarcimento del danno in quanto parte offesa”.

Allo stesso tempo, “il comune potrebbe decidere di svolgere autonomamente un’azione civile, con un atto di citazione per chiedere il risarcimento del danno”.

LA PENA

Stando all’articolo 256-bis della Costituzione Italiana:”Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile è tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica”.

 

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