“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

 

 

La solitudine di Papa Francesco in Piazza San Pietro resterà impressa nei posteri, così come la sua indulgenza plenaria: la prima nella storia.

Il papa ha sceso gli scalini della Basilica sotto la pioggiabprima di arrivare al centro della piazza per iniziare la benedizione, seguito dai cattolici di tutto il mondo, sempre più minacciato dalla diffusione del Covid-19.
“Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori, sappiamo che Tu hai cura di noi”, ha detto prima dell’adorazione del Santissimo Sacramento e della Benedizione Urbi et Orbi, alla quale è stata annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria.

Attraverso i media, molti hanno ascoltato la Parola di Dio con le immagini che lentamente mostravano, alternandole, due “icone” sacre care a Roma e, grazie al Papa, diventate note a ogni latitudine, quella della Salus populi romani, da sempre venerata in Santa Maria Maggiore, e il crocifisso ligneo della chiesa di San Marcello al Corso, che protesse l’Urbe dalla “grande peste” e davanti alla quale Francesco si è inginocchiato il 15 marzo scorso. Un Crocifisso che per l’angolatura delle riprese contro la pioggia è parso talvolta piangere e condividere il lutto di tanti sul pianeta.

Le parole pronunciate da Francesco nell’omelia dopo il Vangelo, accompagnate dalla pioggia, si sono legate alle ombre ma anche alle luci di questi giorni segnati da sofferenze, timori e testimonianze di autentica umanità che si diffondono tra nazioni e continenti. Nel passo scelto in questa giornata, tratto dal Vangelo secondo Marco, Gesù dice ai suoi discepoli di passare sull’altra riva. Dopo una grande tempesta, Cristo è svegliato dai discepoli che temono di essere perduti. Nonostante il trambusto, Gesù dorme sereno, fiducioso nel Padre. Poi il vento cessa e le acque si calmano. Gesù rivolge quindi queste parole ai discepoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Anche oggi, ha detto il Papa, viviamo un tempo sferzato dalla tempesta:
“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti”.

Durante la tempesta, Gesù sta a poppa, nella parte della barca che per prima va a fondo, e dorme sereno. I discepoli pensano che si disinteressi di loro ma una volta invocato, li salva. Anche nelle nostre famiglie, ha spiegato il Pontefice, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”.

In un momento di tale emergenza sembra, dunque, che la preghiera sia diventata un modo per sentirci più vicini gli uni con gli altri, tutti con la stessa speranza: che questa epidemia possa passare quanto prima senza arrecare troppi danni all’umanità.

Laura Barbato

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