E’ tradizione il giovedì santo mangiare la zuppa di cozze e quest’anno, come gli anni scorsi, c’è stato un vero e proprio assalto alle pescherie. Non ci sarebbe nulla di strano se non ci trovassimo in uno stato di emergenza che vieta categoricamente di uscire e affollare le strade ma ciò sembra non importare a tutti coloro i quali nella giornata di ieri hanno deciso di uscire di casa per comprare le cozze affinché la tradizione andasse avanti.

Con un’epidemia del genere sembra assurdo che la gente pensi alla zuppa di cozze e non alla propria sicurezza: la vita e la salute valgono molto di più di una tradizione e, soprattutto, della zuppa di cozze.
Ciò che è successo ieri in molte zone del napoletano potrebbe significare un nuovo innalzamento delle curve di contagi, oltre che un allungamento della quarantena per molto altro tempo.

Ancor di più, è necessario ricordare che le cozze vengono considerate da molti dei molluschi pericolosi, soprattutto dopo l’estate del 1973, quando furono una delle cause della diffusione del colera. Le cozze selvatiche, infatti, possono essere potenzialmente soggette a contaminazioni e aumentare il rischio di contagio del Covid-19, in questo caso.

Sulle cozze ci sono diversi fattori di rischio che possono causare pericolosi danni alla salute: per lo più, le cozze vengono mangiate crude con il succo di limone, come avviene anche per le ostriche, ma il limone è del tutto inutile per neutralizzare i batteri, va inteso unicamente come un condimento.

Per pulire le cozze bisogna rimuovere le impurità del guscio e il bisso (filetto che esce dalla conchiglia) va tagliato, prima del lavaggio in acqua dolce. Il consumo deve avvenire al più presto, sempre previa cottura, durante la quale è bene non ammassare i mitili uno sull’altro, per diffondere meglio il calore; vanno scartate quelle che restano chiuse.

Laura Barbato

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