La prima personale considerazione, leggendo Sull’Altare Del Dio Sconosciuto, è stata quella di accostarlo al noto romanzo di Irving Stone; che poco c’entra con questo di Alessandro Pierfederici; anche se accomunato da vagonate di tormento e qualche carato di estasi. 

La seconda riflessione mi ha deviato verso i dolori raccontati da Johann Wolfgang Goethe. 

Questo non per fare paragoni sterili, ma soltanto per sottolineare la grandezza narrativa/espositiva dello scrittore.

Un libro che non ha una catalogazione, in quanto nel leggerlo vi troverete le striature del Giallo; non mancano fantasmi e spettri, veri o presunti; non difetta di sentimentalismo; ascolterete una classica colonna sonora, che accompagna il ritmo narrante; condividerete i tormenti di un giovane; verrete a conoscenza di una vita militare che nemmeno immaginavate, vi scorgerete l’amore impossibile e noterete come i colpi di scena si susseguono vertiginosamente. 

Dove inoltre abbondano personaggi scartavetrati, come la divisa che indossano; così come sono presenti figure dall’animo controverso, che Pierfederici dipinge come angeli all’inferno.

Il volume è più che corposo ma ha una peculiarità difficilmente riscontrabile altrove: non si perde mai il filo narrativo. 

D’altra parte Alessandro Pierfederici è prosatore sopraffino e i riconoscimenti, che non riporto sennò facciamo notte, sono a garanzia di una grazia narrativa e di una soavità di scrittura apprezzata da critica e pubblico.

Da incorniciare la diapasonica ouverture di Monica Pasero; di cui riporto alcuni illuminanti stralci: 

“Protagonista indiscusso di questa narrazione è l’animo umano. Sono i sentimenti, le lotte interiori ad alimentare queste pagine. Quella guerra intima che tutti, prima o poi, viviamo; dove i nostri sogni, desideri, si ribellano alla dura realtà; a quel destino che sembra non lasciarci via di fuga”.

Ed ancora: “Analizzando nel profondo l’opera posso dire che rispecchia perfettamente quella guerra interiore che tutti noi, quotidianamente, affrontiamo; ribellandoci a piccoli o grandi soprusi, ingiustizie, tentazioni, desideri, bisogni repressi, timori. A quegli amori non corrisposti, a quella natura non sempre incline a ciò che la società vuole, alle scelte sbagliate, ai rimorsi, a quelle mancanze che non trovano nutrimento, donne, uomini, 

presenze tutte bisognose di un luogo in cui ritrovar pace nello spirito, amore, o solamente ristoro”.

Così come da ammirare la foto di copertina elaborata da Alberto Dal Bo, che ci mostra un uomo/ragazzo sul ciglio di un cancello, dove si percepisce la sua indecisione, il suo stato d’animo che non sa dargli una risposta definitiva; ancora in lotta con sé stesso e i pregiudizi famigliari, e che non sa se varcare il cancello, porta di una prigione materiale ed intima, o se tornare indietro per riprendere una vita che non gli appartiene. Una figura dal movimento statico.

Non è la prima volta che Alessandro Pierfederici, con naturale gentilezza, risponde alle mie curiosità. 

Lei dedica questo suo libro ad una componente della sua famiglia: l’amatissima micetta Nelly e, dato che oltre ad essere uno scrittore acclamato è un musicista di riconosciute qualità, pertanto prendo spunto da Giuseppe Verdi per porle la prima domanda. Leggo: “… La mano assassina dell’uomo pose fine alla sua esistenza … Poi prosegue con… “Eppure il suo spietato destino era forse già segnato”. Allora le chiedo: il libero arbitrio resta un concetto astratto, nel momento in cui la forza del destino è più forte della volontà/capacità di scegliere tra il Bene e il Male. In effetti, lo stesso Giuda era stato già programmato per le sue azioni; altrimenti il destino dell’umanità a venire chissà quale sarebbe stato. E nel caso dell’iscariota non possiamo nemmeno addebitare il suo modus operandi ad una cattiva compagnia. Tutto è già stato scritto da qualche parte?

Ricordo una frase che ripetevo quando ero ragazzo e che mi ha tenuto compagnia per molti anni: “Ognuno è artefice del proprio destino!”  L’esperienza di ogni giorno e l’arrivo dell’età adulta, si sono incaricati di smentire a poco a poco questa convinzione, ponendomi di fronte a situazioni che hanno condizionato la mia vita senza che io potessi intervenire e portandomi, di conseguenza, a maturare un’idea quasi fatalistica dell’esistenza. La convinzione di poter dominare il destino mi aveva però dato, almeno in parte, la forza di sperare e riporre nella vita molte aspettative, per cui non mi sento di rinnegare quel periodo, anche se ora prevale un senso di abbandono ad una volontà imperscrutabile e ignota, unica spiegazione che mi sento di dare al dolore e alle delusioni dell’esistenza umana.

Mentre per il suo protagonista, Ruggero, è un altro essere umano, il padre nello specifico, a dirigerlo, con un diktat che non ammette replica, verso un futuro che lui decisamente non vorrebbe…

Già, proprio così! Si tratta di una situazione sempre presente nella storia e che probabilmente non è del tutto scomparsa neppure oggi.  Nel caso della storia romanzesca il padre si erge ad artefice del destino del figlio; ma il vero destino che chiama a sé il protagonista è diverso e si serve proprio dell’imposizione esterna sulla sua volontà per affermare la propria natura, spietata e indifferente sia alla colpa che all’innocenza.

Poi, Giusti Di Montefiore, collega allievo, gli apre gli occhi e, con parole crude ma sincere, gli fa capire che dalle sue scelte dipenderà il suo destino, o almeno ci tenta, quantunque non sia, come poi vedrà il lettore, del tutto sincero…

Giusti è un personaggio estremamente legato all’aspetto fisico e carnale della vita: è ciò che conosce e desidera fortemente e quindi ritiene che sia la soluzione a tutti i problemi adolescenziali: sesso, piacere, denaro, affermazione sociale, ribellione ad una madre oppressiva. Nel momento in cui si propone a Ruggero come amico, gli offre l’unica soluzione che conosce al suo dramma esistenziale e alla sua irresolutezza. Ruggero è però troppo diverso da lui per trovare in ciò che egli propone la soluzione che cerca ma, come vedranno i lettori, anche le azioni di Giusti porteranno il protagonista a conoscere una realtà e delle persone che si riveleranno essenziali perché il suo destino si compia: chi più chi meno, siamo tutti pedine nelle mani di un misterioso volere superiore che si serve di noi per attuare i suoi disegni.

Riporto una frase del Giusti: “Imparerai a fingere e, come tutti, per primo ingannerai te stesso e ti convincerai di stare bene, e finirai davvero per stare meglio”. Spostiamoci per un attimo in libera uscita, visto che ci troviamo in una caserma/collegio per allievi ufficiali: i poteri forti stanno piegando le menti dei giovani d’oggi attraverso una miriade di messaggi subliminali che hanno lo scopo di ottunderne il pensiero. Un popolo che pensa è un popolo che fa paura?

Per un lungo periodo l’ho creduto anch’io, salvo poi essere smentito dagli eventi degli ultimi anni, dai risultati del “progresso” tecnologico, dalla piega che sta prendendo un po’ ovunque il pensiero dominante che può imporre la propria volontà agli altri. Il popolo farebbe paura se pensasse da popolo, ma purtroppo non è mai stato una realtà concreta, un’entità unita ed organica, neppure quando ha eretto le barricate per strada o assalito i palazzi del potere: un popolo è fatto di tanti individui pensanti ciascuno per proprio conto e come tale non sarà mai l’artefice di un solo, unico pensiero. Anche quando lotta, ha bisogno di capi che pensino per tutti ed indirizzino l’azione, sostituendosi così di fatto ai capi precedenti. Fa parte della natura della massa l’essere un’entità non pensante, che, nel migliore dei casi, accetta, ma che più spesso subisce, si adatta e prosegue in ordine sparso, ciascuno coltivando il proprio orticello e i propri interessi, senza alcun senso di solidarietà e condivisione. Gli ultimi anni ci hanno portato a vedere in chiunque passi accanto a noi un’entità ostile, un nemico, un pericolo, e questo ha accentuato le divisioni già esistenti: l’animale sociale di Aristotele ormai è solo un lontano ricordo di scuola, è molto più attuale il motto latino “Homo homini lupus”, senza offesa per il lupo, che è animale nobile ingiustamente divenuto simbolo di malvagità. Temo davvero che il popolo, nell’accezione politicamente romantica della sua natura, nel suo simbolismo di rappresentazione dell’uguaglianza, della democrazia, dell’unità di intenti e solidarietà reciproca non esista più, si sia sfaldato e sfilacciato come, per usare una metafora manzoniana, gli ultimi residui di nubi dopo la fine di un temporale: non esiste davvero più un popolo, né di nome né di fatto, anzi – a pensarci bene – esiste ancora, ma adesso lo si chiama “community” ed è tenuto ad obbedire agli “standard”, altrimenti per i ribelli pensanti scatta l’ostracismo di ellenica memoria.

Ruggero non solo comincia a chiedersi se anche il padre, il Generale Falconieri, fosse stato un duro senza sentimenti, ma inizia a maledirlo per averlo costretto ad una vita che non desiderava. Poi, continuando nella lettura oltremodo avvincente, troviamo un altro passaggio del Giusti verso Ruggero, su cui vorrei soffermarmi: “Tu sei buono, troppo buono e sensibile. Ho paura per te perché la vita non è né buona né sensibile e non accetta coloro che le mettono davanti la sua ingratitudine e la sua ingiustizia”. Una domanda all’uomo nonché al genitore. I nostri cuori si sono induriti. Che mondo stiamo lasciando ai nostri figli e nipoti?

Un brutto mondo in cui si fanno sentire certamente tante istanze di miglioramento, di volontà protesa al bene, ma che vengono bilanciate da altrettanta se non superiore volontà opposta: l’uomo è diventato duro e insensibile e, come accennavo prima, nei tristi anni della pandemia, siamo stati indirizzati a vedere nel parente, nell’amico, nel vicino o nel collega un untore potenzialmente fatale: in tal modo l’umanità è scomparsa e l’uomo è precipitato in una catastrofe, in cui il suo unico scopo è diventato la sopravvivenza del momento, il bruciare e consumare subito il più possibile, meglio se a danno altrui. Mai come in questo periodo ho assistito a tanti tentativi di truffare, imbrogliare, spillare denaro in maniera criminosa e impunita; a lavori e attività svolti superficialmente e a fatica, senza passione e senza interesse; ad uno scontro generazionale tanto forte quanto fondato su ragioni effimere e su una totale perdita di conoscenza, educazione e valori. 

Mi permetta l’azzardo sentimental/matematico: Ruggero sta a Edipo come Giocasta sta a Iolanda?

Direi proprio di sì, con la differenza che Ruggero si è creato un’immagine idealizzata della madre e la scoperta dell’universo femminile, che suscita in lui pulsioni e desideri, e la consapevolezza che a quello stesso universo appartiene la madre, è per lui un dramma lancinante che non riesce ad accettare. Finisce così per esprimere il proprio disagio e la propria insofferenza chiudendosi nella solitudine e in una sorta di odio per il padre, che possiede quella donna, e per la madre stessa, che appare ai suoi occhi come una traditrice. Ed ella, dal canto suo, come scopriranno i lettori, è tormentata da una misteriosa inquietudine, per non dire un terribile segreto…

Altro personaggio chiave: Norberto, che per il momento è davvero l’amico fidato di Ruggero il quale, attraverso lo svolgimento della storia, sta attraversando un ennesimo momento di smarrimento, gli dice: “… Siamo noi la nostra libertà, la nostra paura, siamo ciò che desideriamo, servitori e vittime di quel dio sconosciuto che governa tutto, sa tutto, è tutto, e di cui noi non sappiamo nulla, pur essendone parte”. Questo dio sconosciuto altri non è se non il lato oscuro che alberga in ognuno di noi e che viene fuori quando la nostra parte animalesca prende il sopravvento…

È il nostro demone, colui che governa la nostra vita senza farci sapere dove vuole portarci, colui che fa emergere i nostri istinti primordiali e contro la cui volontà nulla possiamo fare; è il dio che ci salva e ci danna indipendentemente da chi siamo e cosa facciamo, è il dio che non ha alcuna remissione nei confronti di un’umanità dalla quale è scomparsa ogni umanità, rimasta confinata – si vedrà nella storia – agli umili, ai semplici, agli sfortunati, delusi e penalizzati dalla vita; ma anche la loro compassione e solidarietà rimarranno sempre funzionali a quella volontà superiore.

Maestro, allontaniamoci un attimo dal romanzo e avviciniamoci a Salvatore Quasimodo. Le Sere, è ovvio, sono diverse. “Nascosto è l’orizzonte e vanamente si spinge estremo il mio sguardo anelante verso i ridenti paesaggi d’infanzia che la memoria soltanto conserva”. Questo è un passaggio della sua Sera (Premio “Conte Bragadin” al Premio “Città di Rovigo 2022”). Ha nostalgia della sua gioventù? La prego, non mi risponda: e chi non è ha?

Più che la mia gioventù nello specifico, rimpiango quegli anni in cui esisteva ancora la speranza, in cui si riponevano nel futuro aspettative ed aspirazioni reali e non utopistiche come quelle che paiono ormai opprimere le giovani vite di oggi. Erano anni che, anche se talora deludenti e sofferti, lasciavano sempre una via di fuga, a volte sbagliata, se vogliamo, ma con la possibilità di correggersi e ripartire, come è accaduto anche a me più volte. Ho nostalgia dell’ingenuità ed innocenza di quella gioventù, in cui si credeva ancora nelle emozioni, nella poesia, nella bellezza; poi la vita, col passare degli anni, obbliga a pensare ad altro e relega in secondo piano, nell’album dei ricordi, quei bei momenti di sogno. Tornerei a quegli anni? Beh, qui la risposta è scontata: solo se potessi portare con me l’esperienza che ho adesso. 

Una frase, che Ruggero sente provenire dal suo Io interiore, è: “… Non temere nessuno e non temere la morte: è già in te e la porti dovunque tu vada, come tutti”. Come descrive la morte Alessandro Pierfederici?

Per me la morte è divisa in due: mistero, ignoto, paura per chi le va incontro e ne è vittima; dolore, commozione, sofferenza insanabile, vuoto incolmabile per chi resta: dalla morte non si guarisce, si può solo sentire un po’ meno male sotto la cicatrice. Da una parte è l’unica realtà che, ponendo un limite alla vita, le dà un senso ed un valore; dall’altra, essendo l’unica certezza comune ad ogni essere vivente, effonde il suo spirito su tutto, una vera spada di Damocle sopra ciascuno di noi. Tra l’altro, essendo io anche un musicista che si occupa di Opera, da sempre sono stato a contatto con la morte così come descritta dai vari compositori, e posso assicurare che a volte la musica è così profonda, sentita ed ispirata da effondere il senso della fine sulla realtà stessa: il teatro passa nella vita attraverso la rappresentazione della morte, in una sorta di catarsi volta a farci riflettere sulla vanità di un’esistenza effimera. Ho poi affrontato il tema della morte anche nelle mie opere letterarie precedenti e in tante poesie ancora inedite; ho letto tantissime storie che terminavano con la morte dei protagonisti, ma nulla mai è servito ad esorcizzare questo timore dell’ignoto, del salto nel buio, della triste consapevolezza della caducità di ogni cosa: l’istante prima ci siamo, l’istante dopo non esistiamo più, lasciò detto il noto filosofo Eraclito: vivono la loro morte e muoiono la loro vita… Sono certo che il lettore del romanzo potrà capire bene il senso di questa citazione.

Il giovane Ravignani ci offre lo spunto per un’ulteriore considerazione, quanto dice: “Qui dentro continui a negare te stesso, ma se fuggirai senza aver capito ciò che vuoi e chi sei, porterai con te i tuoi fantasmi dovunque sarai e per tutta la vita”. L’allievo Falconieri Ruggero viene quasi sospinto ad andar via da quella caserma/prigione. Ma lui è oltremodo prigioniero dei fantasmi, che a volte gli pare di vedere e che si porta dentro. I nostri giovani sono attorniati da fantasmi che non condividono con i genitori? Si sta creando una distanza sociale nonché famigliare?

Sì, sono convinto che anche le giovani generazioni siano attorniate da fantasmi. Certo, ora non sono più la rappresentazione di un mondo paranormale (nel quale, fra parentesi io credo fermamente), o delle ossessioni e dei desideri, delle aspirazioni e delle paure che affliggono colui che si apre alla conoscenza della vita, come il mio protagonista e come molti ragazzi delle passate generazioni, la mia compresa; ora hanno assunto una forma tecnologica e virtuale, tanto più pericolosa perché si sostituisce alla realtà stessa, instillando nella mente di molti la convinzione che la vita non sia diversa da un videogioco o un episodio televisivo e che, una volta spento il dispositivo, si possa tranquillamente riaccendere il giorno dopo e ricominciare da dove ci si era fermati; e invece la vita vera passa giorno dopo giorno e nulla ritorna. Il potere degli attuali fantasmi è proprio quello di far credere ad una realtà virtuale come se fosse vera e quindi colpire ferocemente il ragazzo che invece si scontra per la prima volta con la vita reale. Che poi ogni generazione abbia avuto i propri fantasmi è per me un dato inconfutabile così come la distanza sociale e familiare che si sta creando oggi fra gli individui: ogni epoca ha avuto la sua, ma in questo periodo storico, che si potrebbe definire il trionfo del virtuale, a partire dall’anno 2000, dopo che il tanto temuto Millennium Bug si rivelò innocuo, non è solo, come è sempre stata, la crescita fisica, emotiva e spirituale a contrapporre giovani e anziani, figli e genitori, ma anche quel mondo apparentemente esterno che invade il privato delle nostre case in tutti i modi e si insinua nei rapporti fra le persone, distanziandole sempre di più. Non posso che pensare che questa involuzione, sotto le mentite spoglie del progresso, non sia stata prevista se non proprio voluta e programmata.

Mi riallaccio a quanto sopra. Ruggero ha un animo nobile e sensibile, che a tratti rispecchia quello della madre. La storia si sviluppa nei primi anni del cosiddetto secolo breve. Cent’anni dopo, ai giorni nostri praticamente, il nostro protagonista vivrebbe gli stessi turbamenti? Vale a dire: quanto sono cambiati i ragazzi?

I turbamenti di Ruggero sono gli stessi di ogni generazione alle soglie dell’età adolescenziale, poiché obbediscono ad un’immutabile legge di natura. La differenza è il modo in cui ci vengono presentati cent’anni dopo questi turbamenti: se oltre un secolo fa erano visti con sospetto e un eccesso di pudore che imponeva il silenzio e inibiva la serenità psicologica ed emotiva degli adolescenti, alcuni dei quali finivano addirittura per ammalarsi fisicamente (ci sono parecchie opere di grande letteratura e teatro su questo tema, soprattutto ma non solo in area tedesca e nordica), oggi, al contrario, se ne parla tantissimo e in modo che ritengo errato, ossia non come un naturale processo di crescita, acquisizione di consapevolezza e di forza interiore (che va certamente assistita e guidata ma che dovrebbe procedere da sola) ma come un problema drammatico da delegare a psichiatri e psicologi, una tragedia di cui non sono più in grado di farsi carico né la famiglia né la scuola, e che allora diventa di pertinenza addirittura medica. Apparentemente, non sembra cambiato nulla, alla fine: due atteggiamenti estremi finiscono per produrre lo stesso risultato, ossia l’infelicità e lo smarrimento degli adolescenti di fronte al mondo degli adulti, e non sono rari purtroppo gli epiloghi tragici a questa seria problematica. Ho l’impressione che, sotto una tanto sbandierata libertà dalle regole e dai doveri, sotto la bandiera del “faccio quello che mi va e basta”, si celino generazioni sempre più deboli rispetto alla precedente, e che tentino di mascherare sotto un’apparenza sprezzante e arrogante, quando non crudele, la consapevolezza della loro fragilità. Forse è un cambiamento fisiologico nell’evoluzione della specie umana, forse è una regressione che lascia sempre più spazio e potere alle macchine, che finché aiutano l’uomo sono le benvenute, ma quando lo rimpiazzano per il profitto di pochissimi, allora creano un problema serio: crescono generazioni di spettatori passivi di azioni compiute da strumenti; si meccanicizza tutto e svaniscono gli elementi fondamentali dell’uomo: lo spirito, la fantasia, la creatività, la capacità di pensare all’infinito. Tutto ciò è molto triste e lo è ancora di più nel momento in cui non colgo nessuna volontà di porre un argine a questa deriva.

Mi perdoni se insisto ma l’argomento gioventù è per me fondamentale. Il Ravignani cerca di scuotere Ruggero, visibilmente diventato un alieno, e ci regala perle di saggezza (di cui il suo libro è pregno) quando lo apostrofa con: “La strada della consapevolezza è tanto faticosa e irta di ostacoli”. A suo avviso i millennials sono consapevoli che la loro vita è tutta una salita?

Nel momento in cui si scontrano con la vita reale, come il superamento di un corso di studi specialistico ed impegnativo, o la ricerca di un lavoro con i relativi colloqui, direi proprio di sì, (non cito l’aspetto sentimentale perché ormai è talmente svalutato da risultare quasi ininfluente), anche perché non di rado si trovano di fronte a richieste assurde o impegni o programmi faticosi e inconcludenti, e di entrambe le situazioni posso dire di essere stato testimone diretto. Però il problema va ben oltre le circostanze singole ed investe tutte le società che si definiscono più avanzate economicamente. Come ho accennato prima, siamo di fronte ad une deriva tale che, per puro scopo di profitto immediato, mascherato da una volontà di semplificazione e comodità, molti ruoli affidati fino a qualche anno fa alle persone, con la loro preparazione, intelligenza e sensibilità, stanno diventando sempre più appannaggio di macchine, programmate dall’uomo per sostituire l’uomo; e quando riusciranno a riprogrammarsi da sole, non ci sarà più bisogno né del programmatore, né dell’addestratore, né del tecnico riparatore: faranno tutto da sole e relegheranno l’essere umano al loro servizio. Già adesso è una macchina, programmata secondo un algoritmo, a giudicare e decidere se le parole che uso in una pubblicazione su un social vanno bene o no, e spesso e volentieri prende assurde e ridicole cantonate: pensiamo a quando deciderà se un imputato è colpevole o innocente (e accadrà: è previsto nel programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dalla maggioranza dei governi del mondo). Quindi i giovani e giovanissimi di oggi si stanno già scontrando non con altri concorrenti umani ma con un sistema automatizzato, con la tecnologia, con le macchine: quando cercano un lavoro spesso non è consentito loro portare a mano un curriculum e dialogare col potenziale datore di lavoro, devono invece inviare un anonimo file, inserendolo in un sistema, e vengono perciò valutati non da un altro individuo con cui si può discutere, ma da un sistema preordinato di calcoli, che non tiene conto di alcuna delle componenti che individuano la singolarità dell’essere umano: le emozioni, la creatività, la spiritualità.  Vorrei quasi dire che con i Millennials sta iniziando lo scontro finale, fino a pochi anni fa puramente fantascientifico, tra uomo e macchina, e contro questi ragazzi non ci sono solo le macchine, ma coloro che da quelle macchine, dal loro scontro con l’uomo e dal loro prevalere, possono ottenere solo profitti e potere.

Ed ecco Marta -cugina di Ruggero, segretamente ma non troppo innamorata di lui, ed amica di Fosca la quale, dopo essere stata presentata al giovane, confida alla stessa Marta, il suo amore per suo cugino da poco conosciuto, che si era recato dalla zia per le vacanze estive, in quel di Selvombrosa- che. Sentenzia: “L’amore… ciò che di più bello c’è al mondo è una maledizione per tutti noi”. Abbiamo sempre sottoscritto che l’Amore è il motore del mondo. Personalmente non ne sono più tanto sicuro. E lei?

La visione dell’amore come motore del mondo è chiaramente un retaggio della visione romantica di questo sentimento, una visione che lo rende la forza attiva e trascinante dell’umanità, il motivo per cui raggiungere i propri scopi, lo scopo per cui migliorare sempre di più sé stessi. Salvo le sporadiche eccezioni che confermano la regola, credo non esista più una visione dell’amore di tal genere, anzi, è molto probabile che i tragici, funesti eventi degli ultimi anni abbiano cancellato anche quella parvenza di sentimento amoroso che ancora sopravviveva a fatica a tutti i rivolgimenti culturali, economici, storici del Novecento. Questo mondo, così com’è, non ha più nulla da offrire ai suoi abitanti quanto ad amore e gioia di amare ed essere amato: come dice Marta, e come vedranno i lettori, l’amore, che dovrebbe essere il sentimento più bello e la gioia più intensa dell’uomo, può diventare una vera maledizione, una fonte di delusioni e sofferenza, di desiderio di non esserne più vittima, può arrivare ad incrinare anche le migliori amicizie e spingere fino al desiderio di morte, che è cosa ben diversa dal supremo sacrificio d’amore cantato dagli artisti romantici. E, come si vedrà nel romanzo, nessuno ha la veramente possibilità di vivere appieno un amore felice: a tutti è tolto o impedito qualcosa e spesso l’illusoria felicità di qualcuno non può esistere senza determinare il dolore di un altro.

Lei descrive impeccabilmente lo svolgersi dell’apprendimento degli allievi e fotografa il teatro dove si svolge la vitaccia di questi quasi adolescenti, con una approfondita e particolareggiata conoscenza. Mi dica la verità: in una vita precedente è stato ufficiale del Regio Esercito?

Non lo so in verità, anche se non lo escluderei del tutto: un giorno magari parleremo di regressioni e vite precedenti: io ci credo fermamente, ho potuto sperimentare delle tecniche particolari e, per chi è affascinato dall’argomento, avrei molto da raccontare. Ciò che è sicuro, invece, è che per quasi un anno sono stato un allievo della Scuola Sottufficiali dell’Aeronautica Militare, che aveva sede nella splendida Reggia di Caserta, e per altri due anni ho prestato servizio in un reparto come sergente, per cui conosco per esperienza diretta la vita di una scuola militare, almeno quella di allora, la successione degli impegni giornalieri, settimanali, mensili, l’atmosfera, l’ambiente, i rapporti spesso difficili fra commilitoni e con i superiori. Ciò che mi è rimasto di quell’anno (alcuni episodi li ricordo come se fossero accaduti ieri) ritorna, debitamente trasformato e collocato quasi ottant’anni prima, nel romanzo.

Ancora un bel suggerimento che Norberto Ravignani (la persona logica e raziocinante del racconto) dispensa al frastornato Ruggero: “… Non la vittoria ma la lotta, non il traguardo ma il cammino è ciò che ti farà vivere. Ma se ti arrenderai, se vacillerai in qualche momento, se penserai di aver fallito, allora nulla ti salverà”. Mi piace pensare che il giovane Ravignani, maturo e riflessivo a dispetto dell’età, sia una figura in contrapposizione all’istinto che vive in noi. Anche se, molto spesso, l’istinto ha più ragione di un… ragionamento…

Ravignani assume ad un certo punto della storia quasi il ruolo di mentore del protagonista, sostituendosi a Giusti, ormai perduto nel suo dramma personale. Rispetto a questi, che pone in primo piano la fisicità, la mascolinità e il piacere dei sensi, Ravignani è molto più razionale, fino al momento in cui capisce che il destino di Ruggero è segnato e ineluttabile, ed allora ne diviene egli stesso strumento, una “longa manus” che, nelle sue intenzioni, dovrebbe portare il protagonista alla salvezza di una nuova vita.  Sotto questo aspetto, è anche lui una vittima del dio sconosciuto, che se ne serve per attuare i suoi misteriosi disegni.

Oltre all’amata mamma, altre donne occupano un ruolo importante nella vita del giovane allievo ufficiale Ruggero. Una di queste, che lo turba visceralmente, è Loreley. Cito un brano: Ma nel mondo troppo spesso –e di questo aveva dovuto già rendersi tristemente conto- la serenità o la felicità di qualcuno non sono possibili senza che altri soffrano e altrettanto di sovente la gioia di alcuni è fonte involontaria di dolore per altri. Una critica coscienziosa la sua.

Si potrebbe quasi dire che la vita, in particolare il suo aspetto sentimentale, è come un gioco, una sorta di tragico domino per cui alla felicità di qualcuno corrisponde l’infelicità di altri, alla soddisfazione la delusione, come se il mondo fosse fondato su una costante mancanza di qualcosa e, per colmare quel vuoto, se ne creasse subito un altro. Nel caso di Loreley, Ruggero si rende conto dell’infelicità della ragazza, costretta ad un umiliante mestiere per necessità e segretamente innamorata di lui, ma non può corrispondere a tale sentimento, pur rendendosi ben conto di essersi trovato egli stesso almeno una volta nella stessa situazione, quando la felicità di una donna per la quale si era infatuato gli era costata una sofferenza profonda sapendola innamorata di un altro. Purtroppo il gioco della felicità e dell’infelicità che vanno e vengono e spesso sono causate da fattori imprevisti e involontari, ma comunque sempre collegati, sembra veramente una delle colonne portanti dell’esistenza umana.

Un’opera lirica di Alfredo Catalani su libretto di Luigi Illica, è la colonna sonora del suo romanzo. Non è stata una scelta casuale, direi…

Naturalmente no, anche se l’inserimento nel romanzo dell’opera, e in particolare della sua aria più famosa “Ebben, ne andrò lontana” è avvenuto in un secondo momento, quando sulla trama schematica originaria è comparso il personaggio di Pilar, la cui storia si lega da una parte alla triste vicenda della fine prematura del maestro Catalani, dall’altra alla vita del giovane Ruggero. Quell’aria era eseguita spesso anche dalla mamma di Ruggero, che aveva studiato canto, ed era l’aria con cui Pilar aveva conquistato l’ammirazione del compositore, e che, dopo che la sua vita aveva preso tutt’altra piega, faceva andare costantemente col grammofono, con dolore e rimpianto, accompagnando il lavoro delle sue ragazze, ribattezzate con i nomi dei personaggi femminili delle opere di Catalani. E quindi, questa musica – che, tra l’altro, non nacque in origine come brano per l’opera ma come brano vocale da camera su testo di Jules Verne, e vi fu poi trapiantata dal compositore, con una scelta quanto mai azzeccata, data l’atmosfera suggestiva, naturalistica, quasi magica che la contraddistingue – da colonna sonora costante della vicenda, non poteva mancare nel momento della sua conclusione.

Quanto tempo ha impiegato per la stesura?

Più o meno sei anni e mezzo, fra il 2017 e il 2024, ma l’idea della trama è precedente di qualche anno.

Dove si può acquistare il suo libro?

Esclusivamente su Amazon: basta cercarmi nella sezione Libri

Facciamo una sosta. Ognuno, in una poesia, come in un dipinto, vi legge, o vede, ciò che vuole. Nella sua Incanto Della Luna (Premio del Presidente di Giuria al Premio “Le Nove Muse” 2023), ho riscontrato un pensiero personale. “Alla finestra guardavi la luna e si schiudeva il fiore della notte. Le tue emozioni avvolgeva infinito un caldo manto, materno ristoro e palpitava il tuo cuore proteso volto a raggiungere in alto le stelle”. Pertanto Le chiedo: che ricordo ha di sua madre?

Una donna che ha sempre fatto tutto per i suoi figli, soprattutto in senso pratico: pasti sempre in tavola ad ogni ritorno a casa, vestiti sempre puliti e stirati, casa in ordine, auto sempre pronta per accompagnarmi alle lezioni di musica, messa alla domenica e preghierine alla sera, amica delle altre mamme di compagni di classe o vicine di casa: insomma la tipica madre degli anni Settanta/Ottanta, che si sforzava di capire quel mondo a lei sostanzialmente alieno che era la musica, l’arte, la scrittura su cui si stava avviando il figlio. Ho un ricordo di innocenza, di un’infanzia felice fino all’adolescenza, poi avvenne un progressivo e irreversibile distacco, anche perché la mia strada era tanto distante da quella non solo della mia famiglia ma delle famiglie di origine: non ho alcun ricordo di artisti, musicisti e scrittori in alcun membro della famiglia né di mia madre che di mio padre da generazioni, almeno fino ai miei bisnonni.

Nel suo libro, ambientato in un determinato momento storico non mancano, ovviamente, i richiami ed i riferimenti alla Storia Patria. Ruggero, prima di far ritorno in caserma, si reca a salutare il nonno paterno; l’ex Generale Rambaldo Falconieri. Questi, cui ormai resta poco tempo da vivere, gli racconta i momenti di vita vissuta in battaglia, ed il giovane, affascinato dal racconto, commenta: “Siete stati degli eroi!”. L’anziano militare scuote la testa e replica, con immensa disillusione: “Degli inutili eroi… Un vero eroe combatte, vince o perde perché non si debba combattere più ma si stia in pace… Ogni nuova battaglia seppellisce il ricordo dei caduti precedenti, a nulla sono serviti i loro sacrifici, quelli dei miei uomini o quelli di tuo padre, a nulla le nostre ferite e il dolore della perdita di amici e commilitoni”: Historia Magistra Vitae Est. Visto e considerato il delicato periodo, anche questa locuzione di Cicerone è da cestinare?

Direi di no, la frase rimane tuttora e sempre valida. La storia continua ad insegnare, momento dopo momento; siamo noi uomini che non siamo in grado di imparare e cadiamo costantemente da secoli negli stessi errori: se avessimo davvero imparato qualcosa, forse non ci sarebbero più guerre, stragi, ingiustizie, conflitti, oppressione e invece la cronaca di ogni giorno ci dice proprio il contrario. Pare davvero che ogni generazione debba farsi le ossa e acquisire esperienza a proprie spese senza poter usufruire di quella delle generazioni precedenti ma ripartendo ogni volta da zero a commettere gli stessi errori per imparare qualcosa, che comunque non potrà essere utile a chi verrà finché non lo avrà sperimentato anch’esso su di sé, subendone le conseguenze.

Domanda Sipario. Alessandro Pierfederici, lei poetizza che è una meraviglia. In Ho Cercato Una Scogliera, a quanto pare, alcuni sogni si sono infranti come onde che spazzano via ogni chimera. “Non c’è più l’orizzonte, la bussola è impazzita: mi fa paura il mare della vita e la tempesta che v’infuria sempre”. L’essere umano la sta deludendo?

La nostra vita è modellata da delusioni, rinunce, nostalgie, rimpianti e pentimenti; sono questi gli scultori che forgiano la natura della nostra esistenza, e sempre colui che è all’origine di queste situazioni è un essere umano. L’uomo, sotto l’aspetto di persone reali incontrate nella mia vita, mi ha deluso una prima volta fortemente quando avevo fra i quindici e sedici anni ed ha raggiunto un culmine doloroso intorno ai venticinque: e tanto più forti sono state le delusioni quanta più fiducia avevo riposto nelle persone in questione, una fino al punto da assumerla a modello di cultura, conoscenza e umanità, l’altra fidandomi delle sue promesse e del suo apprezzamento professionale. Per anni poi vi è stato un continuo stillicidio di delusioni e ostilità che hanno portato a timori, rinunce e nostalgie; tutto questo ha trovato uno sfogo assumendo una concreta forma poetica, che mi ha aiutato a superare i momenti più difficili: non finirò mai di ripeterlo ma la scrittura, la lettura e la musica, in periodi e situazioni diverse mi hanno letteralmente salvato la vita, isolandomi dal mondo, proprio come appare in tante poesie ancora (per poco, spero) inedite, risalenti ai miei anni più difficili. E in questo ripercorrere con la memoria la mia storia, non posso che riconoscere che in me c’è stato tantissimo (e forse c’è ancora, chissà…) sia dell’Anton Giuliani di “Ascesa al regno degli immortali” che del tormentato Ruggero de’ Falconieri, protagonista del mio ultimo romanzo. 

Alla chiusura del libro, rattristato ma non meravigliato dall’epilogo, e ripensando al giovane Ruggero, divorato dalle fiamme di un amore ricercato dove non c’era, mi è scattato un ultimo abbinamento musicale: pertanto ho rispolverato un mio vecchio Lp di Sergio Endrigo del 1982, con la copertina di Hugo Pratt, che si intitola: Mari Del Sud. Il brano in questione è: Mal D’Amore, che Endrigo interpreta con la maestria da tutti riconosciuta e che soprattutto vede al Controcanto nientemeno che Ornella Vanoni. Questa è una canzone/poesia che si sposa alla perfezione con il libro di Pierfederici. 

Chissà quanti Ruggero incrociamo nella nostra vita.

Chissà quanti di noi sono Ruggero.

Quién Sabe.

filippodinardo@libero.it 

Sull’Altare Del Dio Sconosciuto

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