“Non capisco che tipo di soddisfazione ci può essere nel picchiare una persona che non si può difendere. Erano dieci contro uno, come si fa a non provare vergogna per quelle immagini”: ha dichiarato la vittima

 

Era l’8 maggio quando un 13enne, U.B., di Marianella, è stato accerchiato e aggredito da un gruppo di coetanei formato da 11 persone.

Da quanto emerso dalle indagini, il motivo dell’aggressione sarebbe stato un litigio su Whatsapp per ragioni futili tra la vittima e uno degli aggressori.

Dopo diverse minacce, il bullo avrebbe attirato con l’inganno la vittima nella pineta dove è avvenuta l’aggressione.

Tutti i ragazzi del gruppo sono stati riconosciuti e rintracciati: tutti sono ora in causa e chi non ha ancora compiuto 14 anni, ci finirà al compimento degli anni; chi aveva già precedenti penali andrà a Nisida; 2 ragazzi finiranno in una casa famiglia mentre un altro giovane dovrà scontare la pena agli arresti domiciliari.

Sembrerebbe che non sia la prima imboscata della baby gang poiché poco tempo fa, durante la pandemia, si divertiva a sputare addosso agli anziani nella zona del Vomero e solo poco tempo prima del lockdown ha costretto una ragazza a cambiare scuola.

Il tredicenne ha raccontato la paura vissuta, spiegando che l’aggressione è durata anche di più di quanto si vede nel video: “Erano una decina, mi hanno circondato e non avevo alcuna possibilità di difendermi. Ho capito subito cosa stava accadendo, ho avuto paura e ho solo cercato di evitare il peggio”. Il ragazzo ha poi detto di aver chiesto scusa più volte, come si vede nel filmato, ma non è riuscito a evitare che lo picchiassero.

Ha provato a evitare i colpi senza reagire, ha pensato ai suoi genitori: “Ho pensato a mio padre, che è un lavoratore ed è dedito al volontariato, alla mia famiglia. Non volevo dargli una brutta notizia, tipo che mi ero messo in un pasticcio, non volevo deluderlo”. Ha provato in tutti i modi a cercare una via di fuga, ma purtroppo non c’è stato modo di scappare da quell’aggressione: “Speravo che qualcuno intervenisse, mentre cercavo solo una via di fuga. Per il resto ho sempre sperato di non mettermi nei guai”.

Il padre gli ha detto che si è comportato bene e che non deve avere vergogna per quello che è accaduto, perché è solo una vittima. Per i suoi aggressori ha un pensiero: “Non capisco che tipo di soddisfazione ci può essere nel picchiare una persona che non si può difendere. Erano dieci contro uno, come si fa a non provare vergogna per quelle immagini”.

In seguito al racconto della vittima, sono arrivate le scuse di un membro della banda (quello che  mantiene il casco) che ha ammesso che lui e il resto della gang hanno agito come dei vigliacchi e che lui, personalmente, a ripensare all’accaduto si sarebbe sentito male.

Il trauma del 13enne resterà, probabilmente, sempre impresso nella sua memoria ma attraverso i piccoli gesti forse il dolore potrà essere alleviato.

Un momento di svago e di spensieratezza è arrivato nei giorni scorsi quando un calciatore del Napoli, Dries Mertens, ha voluto invitare il ragazzo nella sua abitazione per passare del tempo insieme a lui, regalandogli non solo un momento indimenticabile ma anche la sua maglietta con il numero 14, dimostrando ancora una volta di essere vicino alle vittime del bullismo.

Laura Barbato

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