Esattamente quarant’anni fa, la Freccia del Sud, l’unica ed inimitabile nel mondo dell’Atletica Italiana, compiva il suo atto più grande: a Mosca, il 28 luglio 1980, Pietro Paolo Mennea fa suo l’oro olimpico. E che oro!

Campione nell’animo, dalla classe immensa e volontà di una macchina da guerra, si era trovato davanti dapprima il “mostro da laboratorioValery Borzov, poi un grande Don Quarry, e a Mosca il britannico Wells, che sembrava potergli ‘rubare’ la tanto desiderata medaglia. Ma è sufficiente rivivere le immagini video del momento, per sentire addosso i brividi di una prestazione che è e rimarrà per sempre nella storia dell’Atletica Italiana.

E nonostante il risultato ormai accertato e confermato, ancora oggi quelle immagini lasciano il dubbio e gli interrogativi negli occhi di chi guarda: ce la farà? Riuscirà davvero ad accelerare abbastanza da recuperare il divario in quei pochissimi, infinitesimi di secondo? Ebbene si, Pietro ce la fa, e ce l’ha fatta sotto l’eco e lo stupore del cronista Paolo Rosi, del quale è impossibile dimenticare il suo continuo “Recupera, recupera, recupera, recupera, recupera. Ha vinto, ha vinto!“. Un’esplosione di gioia negli occhi di Pietro ed in quelli di chi lo hanno sostenuto, nonostante le tante sfortune ed ingiustizie subite, non ultima la partenza in ottava corsia – la più svantaggiata, da un punto di vista tecnico – di quella stessa giornata.

Nulla è sembrato  funzionare subito dopo lo sparo: braccia scomposte, un’andatura quasi frenata, la testa sprofondata nelle spalle. Wells nettamente davanti, mentre Mennea sprofondato nella sua ottava posizione. Poi, all’improvviso, qualcosa cambia subito dopo la curva: prima sesto, poi quinto, ed in preda a un vortice di forza, rabbia e cattiveria sportiva, “divora” letteralmente quegli ultimi metri e piomba sullo scozzese all’approssimarsi della linea di arrivo: due centesimi; solo due centesimi a dividerli – 20″19 e 20″21- e Pietro alza l’indice al cielo.

Sono momenti di storia. Momenti di un talento italiano che non conosce eguali: un animo turbato, quasi ossessionato dalla sua fame di portare a compimento i propri obiettivi. E quando ne raggiungeva uno, era già concentrato su quello successivo, tanto da non godersi mai il compiacimento di un record ottenuto. Pietro era così: chiuso nel suo mondo di ossessioni nel quale nessuno – nessuno – poteva e doveva entrare. Ecco perchè a distanza di anni, anche qual’ora dovesse essere battuto il suo record, non ci sarà mai Atleta, Persona o Crono che potrà cancellare l’ombra di un talento che è e si è dimostrato tale in ogni centimetro del suo Essere.

Martina Amodio

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