SILVANA GIUSTO
Nel 1959, nella cittadina di Melito di Napoli, fu scoperta per caso nella località
comunemente detta Masseria del Monaco una tomba a cassa in blocchi di tufo risalente
probabilmente al periodo dell’età imperiale, forse del I° o
II° secolo d. C.
Con un gruppo di appassionati studiosi di Storia locale tra i quali il prof.
Emanuele Coppola, abbiamo avuto l’opportunità di scendere (volendo
usare una metafora) negli antichi Inferi melitesi e vedere l’unica testimonianza
archeologica di questo territorio.
Dopo aver percorso un corridoio con scalini ricoperti di calcinacci e terriccio
si entra nell’ipogeo melitese che, esternamente è più che
decoroso, ma, internamente è quasi completamente distrutto.
Voci locali affermano che sia la popolazione che le truppe tedesche, durante
l’ultimo conflitto mondiale, ne avrebbero fatto un loro rifugio. Infatti,
è evidente l’asportazione del corredo funerario e di pezzi di intonaco
dipinti. Inoltre, i numerosi buchi nelle pareti, in particolare quello che ha
distrutto la parte centrale dell’affresco del tempietto di fronte all’ingresso,
testimoniano la vandalizzazione della necropoli che tristemente accomuna questa
tomba alle altre del nostro territorio. Basti citare che negli ultimi anni ben
5000 tombe osche della Terra di Lavoro sarebbero state completamente distrutte!
Sulla datazione dell’ipogeo melitese ci sono due ipotesi e, per correttezza
di informazione, le riportiamo entrambe.
La prima è stata formulata dallo storico Antonio Jossa Fasano, il quale
nel libro Melito nella storia di Napoli, Edizioni Grimaldi Cicerone del 1978,
sostiene che la tomba risale al IV secolo a. C. e testimonia la presenza nella
zona di un insediamento umano.
La dottoressa Patrizia Gargiulo, responsabile dei Beni culturali della Sovrintendenza
Archeologica delle Province di Napoli e Caserta, sostiene invece che la necropoli
è senza dubbio di epoca imperiale e posticipa quindi la data di costruzione
del reperto melitese, ritenendo inoltre che vi fossero nella tomba non due,
come è riportato nella relazione del Museo, ma tre sarcofagi, di cui
uno posto di fronte all’ingresso e due laterali.

Noi che siamo scesi nell’ipogeo possiamo affermare che, nonostante l’esecrabile
devastazione, di quel poco che resta, (troppo poco, ahimè!) ci ha colpito
la bellezza e la raffinatezza degli affreschi.
Sulla parete destra in due riquadri dalle cornici nere e azzurre si intravedono,
solo le esili zampe e le lunghe code di due uccelli. Alzando lo sguardo al centro
della volta, si può ammirare un quadrato in rosso pompeiano con un uomo
nudo ricoperto da un elegante drappo azzurro. Dagli angoli del quadrato partono
quattro linee a guisa di rami con ghirigori, ai lati destro e sinistro sono
raffigurati tre dischi colorati e sopra e sotto due rametti con otto fiorellini
rossi.
La posa plastica del soggetto centrale è quella tipica delle composizioni
murali pompeiane che si presentano lavorate a fresco, a tempera o a encausto.
Ci piace ricordare il mosaico del dio Nettuno e di Anfitrite rinvenuto nel ninfeo
di una casa ercolanese, ma mentre il dio dei mari è raffigurato con il
tridente, la divinità o l’uomo dipinto nell’ipogeo melitese
reca tra le mani due ramoscelli fioriti dello stesso tipo delle decorazioni
della volta.
Un altro particolare interessante di questo reperto è la raffigurazione
di due tempietti: uno di fronte all’entrata ed un altro sopra l’ingresso.
Generalmente in essi venivano raffigurati i defunti ed è un vero peccato
che questi sacelli siano stati orribilmente sfigurati. Tra i resti dei sarcofagi,
però, si vede con chiarezza il classico opus reticulatum, una struttura
muraria realizzata con blocchetti quadrati disposti in file regolarmente diagonali.

Il ritrovamento di questa luttuosa dimora e di altre scoperte nei comuni limitrofi di Frattamaggiore, Giugliano, Melito, che hanno portato alla luce dipinti sepolcrali in stile prettamente campano, testimoniano la presenza in queste terre, sin dal IV secolo a.C., di piccole comunità dedite all’agricoltura e alla caccia, che erano in grado di costruire anche modesti manufatti di ceramica. Ma la raffinatezza e la delicatezza dei colori dell’ipogeo melitese uniti all’armonia delle forme ci fanno supporre la presenza di qualche ricca villa rustica. Un’elegante dimora? Non lo sappiamo ancora e questo non si evince dai pochi resti emersi. Possiamo, però, solo ipotizzare che a tale tomba di famiglia si affiancasse la proprietà di un agiato uomo di campagna che si rifugiò in queste ubertose terre, lontano dal clamore dell’Urbe. Infatti, l’ipogeo si trova in una zona decentrata rispetto alle arterie principali e alle diramazioni della famosa Via Atellana. Da un particolare della mappa di Domenico Spina, La Campagna felice meridionale (1761) è segnato il villaggio di Melito insieme ad altri centri limitrofi disposti intorno al nucleo centrale della città di Atella, la mitica città degli Osci che assunse particolare importanza nel corso della colonizzazione greca.

Da questa città, infatti, si diramavano tre strade. La via Atellana
che giungeva a Napoli e a Capua, la via Cumana che portava a Cuma e la Via Antiqua
che si diramava fino a Volturnum e Literno. Quasi certamente c’erano anche
strade minori, come quelle che congiungevano Cuma ad Atella passando per Giugliano
e San Lorenzo ad Aversa. Esse erano arterie di collegamento per i traffici e
gli scambi commerciali molto intensi tra la ricca Atella, i villaggi rurali
e le terre dell’Alto Clanio, antico fiume campano che percorreva un territorio
paludoso e malarico indicato dai romani come Palus Liternina.
Questa tomba riemersa dopo secoli di oblio rafforza l’ipotesi della presenza
di insediamenti umani anche a Melito e non solo nei comuni limitrofi. Infatti,
essa, pur nella sua semplicità e lontana dai fasti delle famose e più
conosciute necropoli, ci racconta una storia antica, quella di una comunità
le cui radici risalgono agli Osci, ai greci, ai romani da cui abbiamo ereditato
il patrimonio genetico di laboriosità, armonia di forme e creatività.

dal sito: ISTSTUDIATELL
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